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Papa Leone XIV parla ai migranti dal “porto della vergogna” delle Canarie: “La dignità umana non ha un passaporto”

L'intervento di Prevost dal porto di Arguineguin, divenuto tristemente celebre per lo sbarco di migliaia di migranti africani in piena pandemia. "Non basta gestire gli arrivi. Ogni barca porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?"
Papa Leone XIV parla ai migranti dal “porto della vergogna” delle Canarie: “La dignità umana non ha un passaporto”
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Parla dal molo di Arguineguin, approdo dei migranti della rotta atlantica a Gran Canaria, noto come il ‘molo della vergogna’ e simbolo della crisi migratoria del 2020. Alle spalle, i professionisti del Salvamento Maritimo a bordo di una nave. In prima fila, tra le autorità, c’è il premier Pedro Sanchez. Papa Leone XIV, nella penultima tappa del suo viaggio in Spagna, incontra migranti e volontari, e concentra il suo messaggio sulla dignità della persona. E dopo aver ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti, si è avvicinato al bordo del molo per gettare in mare una corona di fiori in segno di commemorazione delle vittime dei naufragi, morte nella rotta atlantica dall’Africa all’Europa, in un gesto che ricorda quello dell’8 luglio 2013 di papa Francesco a Lampedusa.

“Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare – ha esordito il Pontefice nel suo intervento -. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera. La dignità umana – ha continuato – esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra”. “Se esiste il diritto di cercare rifugio”, ha aggiunto, “esiste anche il diritto di non dover migrare: di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri e le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti”.

Prevost ha poi precisato che “non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute”. “Ogni barca che arriva – ha sottolineato interpellando le coscienze – non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita? Da quest’isola, – dice in un passaggio applaudito – vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”. Per il Pontefice, “ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore”. Parlando appunto della testimonianza di un migrante, Leone osserva: “Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada. Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia e sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male”. Il Papa si è poi rivolto alle istituzioni, perché il dramma dei migranti “deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo, per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali, per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi, per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.

Perché Arguineguin è chiamato “il porto della vergogna”– Il nome nasce dalla crisi migratoria del 2020 quando, in piena pandemia Covid, in una sola settimana sbarcarono circa tremila migranti partiti dalle coste africane (Mauritania, Senegal e Marocco) a bordo di imbarcazioni di fortuna inadatte all’oceano (chiamate pateras o cayucos). Viste le misure restrittive in vigore e la mancanza di strutture adeguate, le banchine di asfalto del porto si sono trasformate in un campo di accoglienza improvvisato, sovraffollato e inadeguato con migliaia di persone costrette a rimanere accampate all’aperto per giorni, senza ripari adeguati, servizi igienici sufficienti o cibo a sufficienza. Solo la Caritas e i volontari fecero fronte ai bisogni dei migranti. A fronte delle restrizioni imposte dalla pandemia, i migranti sono rimasti a lungo ad Arguineguin, in attesa di un trasferimento in strutture adeguate all’interno dell’isola. Una situazione di stallo che ha generato condizioni di estrema precarietà, attirando le critiche delle organizzazioni umanitarie per la gestione inadeguata e tardiva da parte delle autorità. A seguito di questa grave crisi e dell’attenzione mediatica internazionale, la zona è diventata il simbolo delle tragiche traversate nel tentativo di raggiungere l’Europa. Più recentemente, a causa della forte mobilitazione della società civile e della Caritas per soccorrere i naufraghi, il molo è stato simbolicamente ribattezzato da alcuni come il “porto della speranza” (Muelle de la esperanza)

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