L’Arabia Saudita investe 50 miliardi di dollari nel fotovoltaico col progetto Vision2030. Il giorno 22 febbraio 2017, in Danimarca, il 100% dell’elettricità del Paese lo ha portato… il vento. Soprattutto ai politici, che si riscoprono rivoluzionari in campo di energia solo quando perdono il proprio ruolo di potere. Intanto, noi facciamo un referendum sulle trivelle. Siamo davvero gli abitanti di un paradosso.

Occorre un inedito connubio di poesia e tecnica, per scuotere le acque torbide della corruttela e dell’immobilismo. Ai poeti il compito di regalare i sogni, ai tecnici la condivisione delle competenze per alimentarli. Alla nuova politica il dovere di cementare questi ruoli prolifici. Per “nuova”, per piacere, non s’intenda uno stimolo alla solita mania giovanilista che ogni tanto accende di passione le gote di questo squinternato Paese. No, no. Ci serve una liberazione delle energie che solo i sogni sanno ottenere. Il differenziale nelle dotazioni dei servizi nel nostro Paese costituisce la misura dell’abisso che separa la prassi dal dettato costituzionale.

Gli investimenti nei servizi sono la cifra dell’attenzione della politica nei riguardi della dignità dei cittadini. La loro assenza su un territorio si traduce progressivamente in onnipresenza di corruzione e mafie. Queste ultime, come una pervasiva malattia, vanno accrescendo la propria autorità, il proprio consenso, tra gli abitanti delle periferie abbandonate dalla politica, aggrappata ai divani dei salotti del centro cittadino. Le periferie (intese, in senso lato, come linea frastagliata del margine sociale ed economico) senza servizi, attrezzature, infrastrutture, sono l’humus nel quale si alimentano i clan di ogni lingua e dialetto. Il dolore degli ultimi, sempre più, diviene alimento delle criminalità che gestiscono pacchetti di consenso sempre più ampio. La povertà è la vera ricchezza per chi siede al tavolo dei patti che contano.

Imbrigliare, dunque, le energie sommerse o, finalmente, liberarle? Compito dei poeti, dei tecnici e dei politici, deve essere quello di lanciare al vento i coriandoli caleidoscopici delle risorse umane presenti sul territorio. Prima che lo sconforto – o il primo aereo – li porti via. Attrarne di nuovi. E fare di questa società un crogiolo invece che un ruvido setaccio.

Energia. Inutile nasconderselo. Intorno a questa parola si dipanerà il senso della civiltà futura. Nel lungo binario verso la transizione dell’uso dell’energia possiamo percepire a quale stadio di evoluzione civile ci troviamo. Le popolazioni locali, in tutta Italia, chiedono sempre più di essere coinvolte nella grande sfida dell’approvvigionamento energetico. Se energia vuol dire inquinamento, anche l’ultimo degli incompetenti intende che il risparmio sull’energia primaria in fase di approvvigionamento si tradurrà, poi in oneri per il servizio sanitario nazionale.

Il futuro dell’intero Paese può trovare nelle grandi risorse rinnovabili detenute nel Sud il grande slancio verso un’economia solida e sana. Emanciparsi dalla schiavitù della bolletta energetica nazionale e poter scegliere quale energia. Energia e democrazia comincino dunque a fare rima. Energia vorrà dire nuovo senso della comunità: condivisione di risorse e di obiettivi comuni. Sarà la declinazione nuova del modo in cui stiamo insieme. Se a qualcuno tutto questo pare strano, consiglio di girare per i Paesi più evoluti del nostro. Ahimè non è facile trovarne. Il ruolo dell’energia nel futuro del Sud era già chiaro a Francesco Saverio Nitti, che pensava a un’industria del Mezzogiorno alimentata con fonti rinnovabili (energia idroelettrica). L’autonomia energetica è il vero grande target che il Sud deve perseguire. Non è una novità, neanche questo. Il sogno di quella autonomia si interruppe con l’arrivo delle grandi centrali termoelettriche, negli anni del boom, che imposero di trovare risposte rapide alla grande crescita della domanda di energia del Sud che allora galoppava insieme al Nord.

E oggi? O il paradigma cambia e si riaccende il mito (tecnologicamente fattibile) dell’autonomia energetica o saremo sempre più proni di fronte alle varie crisi dello scenario internazionale.