Ancora un’aggressione al Parco delle Foreste Casentinesi. E la politica plaude
di Enza Plotino
Un Pichetto Fratin al giorno leva il Parco di torno. Una boutade? Macché! Una desolante constatazione quando si entra nel merito di decisioni che stanno smantellando il sistema delle aree protette, anziché migliorarlo. Ogni giorno una spina. Oggi è il turno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, già aggredito pesantemente e snaturato progressivamente da una destra negazionista ambientale assetata di poltrone, che è al centro di proposte di interventi radicali, in contrasto con il Piano del Parco, che modificherebbero profondamente un’area naturale già gravemente compromessa dagli appetiti locali.
C’è già una diga, dagli anni 70, quella di Ridracoli, nella parte romagnola del Parco di cui si ignorano le criticità, mentre si insiste sul beneficio economico dell’opera. Ma oggi, a causa della crisi idrica che sta preoccupando tante amministrazioni, arriva, da parte di Romagna Acque – l’ente che fornisce il 60% dell’acqua per soddisfare il fabbisogno idropotabile della Romagna – una nuova richiesta di intervento straordinario che coinvolgerebbe un’altra parte del territorio protetto del Parco. “Opere di grande derivazione” per realizzare nuovi attingimenti di acqua dai corsi d’acqua del Parco e condotte di grande derivazione per alimentare il fabbisogno dei Comuni che non siano territorialmente interessati dai vari Parchi. Opere idrogeologiche gigantesche che deformerebbero irrimediabilmente l’ecosistema dei fiumi interessati.
La richiesta è stata messa nero su bianco nel Regolamento che in base alla legge 394 dovrebbe disciplinare in dettaglio le attività consentite nel territorio del Parco, ma che fino ad oggi non era mai stato approvato. Fino ad oggi però. Perché l’Ente parco, aggirando il divieto di modifica del regime delle acque all’interno dei Parchi nazionali, ha presentato una nuova bozza di Regolamento che contiene proprio la realizzazione di opere di grande derivazione di un fiume, sottraendo allo stesso un quantitativo d’acqua oltre i 100 litri al minuto, per trasferirla direttamente in un grande acquedotto o in un invaso. Il ministro, attraverso i suoi nominati, approva. Gli ambientalisti, Legambiente in testa, denunciano la gravità del progetto che ricadrebbe in un contesto di progressivo abbandono a sé stessa dell’area protetta, minacciata, come la maggior parte dei Parchi italiani, dall’inedia, dalla burocrazia e da un misto di indifferenza e di controllo da parte del potere politico.
In generale tutto il sistema dei Parchi nazionali, ma anche delle aree marine vive una condizione drammatica. Le risorse pubbliche si assottigliano implacabilmente tanto che sta diventando difficile anche far marciare gli automezzi di servizio. I Parchi stanno vivendo, ormai da molti anni, una crisi di sopravvivenza. E, l’elemento più grave di tutti e che sta causando il fallimento di molte gestioni, la progressiva ingerenza sempre più sfacciata della politica locale e nazionale, un controllo sempre più arrogante attraverso nomine ai vertici degli Enti, di discutibili personaggi espressione diretta della politica, quella di un governo di destra e di un Ministero dell’Ambiente, che anziché fungere da propulsore e da garante di tutto il sistema, appare completamente assente salvo per l’imposizione di un carico burocratico surreale e vessatorio.
Si vuole inficiare ogni organismo di controllo e di tutela con trombati politici, fidati personaggi di partito e ogni sorta di improbabili figure che devastano e portano sull’orlo del dissesto vecchi e nuovi presidi ambientali ormai snaturati e inutili. Anche la revisione della legge 394 è diventata preda delle incursioni di chi vuole stravolgere le garanzie democratiche ovunque si annidano. I danni stanno diventando ferite profonde nel sistema protetto che si assottiglia e impoverisce sempre di più.
Ritorniamo ai fondamentali: proteggiamo il nostro territorio per non rimanere seppelliti dalle future catastrofi naturali.