Una nuova diga minaccia il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, a rischio l’area protetta. Legambiente: “L’acqua non è merce di scambio”
Una nuova diga all’interno del parco. Fiumi deviati e tubazioni. La minaccia incombe sopra una delle aree più suggestive e “antiche” d’Italia e d’Europa. Le cui acque, dal lato toscano, erano già note a Dante Alighieri, che le citò nella Divina Commedia. E dove, in tempi più recenti, è andato a caccia di foreste “quasi vergini” lo scrittore e divulgatore vicentino, Daniele Zovi: “Eccomi nel cuore della Riserva naturale Sasso Fratino, e di uno dei parchi più belli d’Italia, le Foreste Casentinesi“.
Ci troviamo in un parco di grandissimo prestigio naturalistico, dunque. E patrimonio mondiale dell’Unesco. Quasi 37mila ettari di verde – per dirla con Zovi, un “bosco disetaneo di faggio e abete bianco, arricchito dalla presenza di acero montano, tasso, maggiociondolo e sorbo” – distribuito tra Emilia-Romagna e Toscana. Ma è dal versante romagnolo che stanno sorgendo i problemi. Sì, perché l’Ente parco ha pubblicato sul proprio sito la bozza di regolamento, redatta dal Consiglio del parco stesso, che all’articolo 48, intitolato Opere di captazione idrica, apre per la prima volta alla possibilità di costruire “nuove captazioni idriche” e “opere di grande derivazione”. I sette commi dell’articolo parlano di scopi per “acqua potabile”, di nuove esigenze per “fronteggiare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici” (leggi, siccità) e fissano alcuni limiti. Tuttavia chi vive il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, vede nel nuovo regolamento un grave pericolo.
Il parco è nato nel 1993 su impulso della legge 394/91. All’interno presenta già, poiché ereditata dagli anni Settanta-Ottanta, una grande diga da 60 milioni di metri cubi annui, posta in un’area incontaminata, e gestita da Romagna Acque per il fabbisogno dei paesi e delle città a valle, fino al mare: è l’invaso di Ridracoli. Il Piano del parco, adottato nel 2002, vieta espressamente la costruzione di altre dighe o opere di grande derivazione, sia per scopi idropotabili sia per scopi idroelettrici. Ora, però, interviene il nuovo regolamento (il documento non venne mai approvato, poiché nel 2004 il Parco venne commissariato e per tutti questi anni è rimasto solo sulla carta). “La legge 394/91 stabilisce il divieto ma, al contempo, permette una deroga attraverso il regolamento” spiega Enzo Valbonesi, per dieci anni presidente del Parco delle Foreste Casentinesi, già presidente di Federparchi e oggi a capo del Circolo Legambiente Alto Bidente. “Ma la deroga riguarda, per fare un esempio, il fabbisogno di una casa, o di una frazione. Perché a essere vietate sono le grandi derivazioni. Cosa si intende? Come minimo un prelievo di acqua di cento litri al minuto“.
Caso chiuso? Non proprio. Perché a volere la nuova diga sono in tanti. Dalle città capoluogo di provincia, quindi da Rimini a Cesena, da Forlì a Ravenna, fino a Confindustria e, naturalmente, Romagna Acque. Tanto che in passato erano stati presentati, con l’assenso dei sindaci, due progetti che prevedevano dighe da 20 milioni di metri cubi d’acqua, nel fiume Rabbi o nel Bidente. E, da quanto si apprende, lo stesso ministero dell’Ambiente – a cui verrà inviato il regolamento dopo il 15 di luglio, data limite entro la quale i cittadini avranno facoltà di inviare le proprie osservazioni – è favorevole all’operazione. “Né il Parco nazionale del Gran Paradiso, né lo Stelvio, né le Dolomiti bellunesi, né il Parco nazionale d’Abruzzo consentono, all’interno dei loro regolamenti, la costruzione di queste opere” continua Valbonesi. “Anche perché, specialmente sulle Alpi, le derivazioni già le hanno. Hanno detto basta, su scala industriale acqua non se ne preleva più”.
Eppure per Valbonesi “questo potrebbe costituire un precedente per gli altri parchi. Ed è paradossale che un parco, anziché tutelare i suoi fiumi, preveda di svenderli. Già prelevano 60 milioni di metri cubi d’acqua, che senso ha prenderne altra? Non è una merce di scambio, non è una royalty. Ci sono altri strumenti per garantire l’approvvigionamento idrico a scopo potabile, a partire dal risparmio: facendo manutenzione, riducendo le perdite”. Secondo Valbonesi “non è un caso che proprio in questi giorni si stia prevedendo di dare il via libera alla realizzazione, sul litorale di Rimini, di una piscina ogni due stabilimenti balneari“. Al di là di ciò, all’interno del parco, che è sito di Rete Natura 2000, sono presenti sei specie di anfibi di interesse comunitario – perciò inquadrati dalla Direttiva Habitat – e due specie di pesci.
A tutto questo si aggiunge che la presidenza del parco è vacante da un anno e mezzo: a guidarlo è la vicepresidente, nonché vicesindaca di Bagno di Romagna, Claudia Mazzoli. Il ministero dell’Ambiente, come prevede la legge, ha inviato una terna di nomi per il nuovo presidente, affinché le due Regioni esprimano la loro posizione. Ma i tre candidati, secondo le indiscrezioni, sono tutti toscani e legati a Fratelli d’Italia. Va da sé che per una ragione o per l’altra, né Eugenio Giani né Michele De Pascale hanno approvato.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
Instagram