Michele Emiliano resta, ma insieme a Enrico Rossi e Pierluigi Bersani c’è un altro simbolo del centrosinistra che se ne va dal Partito Democratico. E’ Vasco Errani, per oltre 15 anni presidente della Regione Emilia Romagna, vicinissimo alle posizioni di Bersani (suo predecessore), e ora commissario alla ricostruzione del post-terremoto nel Centro Italia. Errani non è solo un dirigente storico dei Ds e poi del Pd e un amministratore molto stimato anche dai partiti avversari. Ma è un’icona di quel partito che tante volte richiama il segretario dimissionario Matteo Renzi, quello dei volontari delle Feste dell’Unità. Unito a Rossi, insomma, si tratta dei due personaggi che rappresentano in carne e ossa le regioni cosiddette “rosse”. Errani non ha ancora ufficializzato la sua uscita dal partito, ma Repubblica la dà per certa citando alcune sue riflessioni: “Se le cose non cambiano, vado via. E sabato pomeriggio spiegherò perché a Ravenna, nella mia sezione, com’è giusto che sia”. L’ex governatore emiliano non conferma, ma nemmeno smentisce. Alle agenzie di stampa dice: “Al di là di quanto scrivono i giornali, io parlerò di politica solo sabato, alla riunione del mio circolo di Ravenna. Fino ad allora non farò dichiarazioni di nessun tipo sui temi del Partito Democratico”.

I bersaniani e Enrico Rossi non ci sono più, ma la vita del Pd ricomincia con le stesse dinamiche. I renziani puntano alle primarie da celebrare il 9 aprile, i cuperliani ripropongono luglio, alla fine il punto di mediazione potrebbe essere o l’ultima domenica di aprile o la prima di maggio (nel senso del 7). Oggi, all’indomani della direzione che ha sancito la mini-scissione a sinistra e la candidatura ufficiale di Michele Emiliano, si è tenuta la prima riunione della commissione congressuale che deciderà regole e date del congresso. L’organismo di 18 componenti ha eletto come presidente Lorenzo Guerini – vicesegretario uscente del partito – e si è dato “tempi rapidi” per concludere il lavoro.

Oltre alla data delle primarie, il tema è anche la chiusura del tesseramento per arginare il più possibile fenomeni come l’acquisto di pacchetti di tessere in vista del congresso: metà marzo è il termine proposto da alcuni dei membri della commissione. Infine, si sta discutendo di come rendere la convenzione, che chiuderà la fase di voto tra gli iscritti e lancerà la fase finale della campagna congressuale verso le primarie, un momento di discussione più approfondita sui programmi per andare incontro alla proposta più volte avanzata in questi ultimi 10 giorni da Andrea Orlando, che ancora riflette sulla propria eventuale candidatura.

Intanto il nome provvisorio per il nuovo gruppo che nascerà in Parlamento, frutto dei fuoriusciti dal Pd, si potrebbe chiamare Movimento per una Costituente della sinistra. A rivelarlo è la Velina Rossa che aggiunge che ne faranno parte alla Camera 36 deputati e al Senato 12 parlamentari. Tra questi tuttavia non ci sarà il deputato Andrea Giorgis, giurista, che in questi giorni era stato indicato addirittura come possibile capogruppo a Montecitorio. “Amici e compagni che stimo e ai quali mi sento legato dalla condivisione di ideali e battaglie politiche hanno deciso di lasciare il Partito Democratico e i rispettivi Gruppi parlamentari. Questo per me è un fatto doloroso e lacerante, che origina da questioni profonde che in gran parte comprendo e condivido; ed è un fatto che, purtroppo, il segretario Matteo Renzi non ha cercato di evitare. Io, per il momento, tuttavia, non seguirò questa scelta”.

Intanto ci sono le prime liti vere tra Pd e gli ex compagni di partito. A Roberto Giachetti che in assemblea, domenica, ha definito Massimo D’Alema “conducator della scissione”, risponde proprio il Lìder Massimo che a #cartabianca, su Rai3, ha detto che il “problema Giachetti” lo ha “risolto Virginia Raggi, che ora dovrebbe risolvere però anche i problemi di Roma”. Dopo questa frase sprezzante Giachetti ha condiviso su facebook un lungo post di replica: “Vorrei dire ai tanti che mi hanno scritto in queste ore per manifestare ‘incazzatura’ che l’indignazione ha un senso solo se ci spinge ad impegnarci per cambiare ciò che ci appare così ingiusto, sgradevole, irresponsabile“. Per questo, incalza Giachetti, bisogna iscriversi al Pd.