Il taglio delle società partecipate da enti pubblici “da 8mila a mille” promesso da Matteo Renzi ormai quasi tre anni fa è destinato a slittare ancora. E sarà ben più soft rispetto agli annunci. E’ quello che emerge dal decreto attuativo della riforma Madia della pubblica amministrazione su questa materia, riscritto dopo che lo scorso novembre la Consulta lo ha bocciato insieme a quelli su servizi pubblici locali, pubblico impiego e dirigenti sanitari perché il governo li aveva varati con il solo “parere” delle Regioni, invece della necessaria “intesa“. Uno stop che ha costretto il governo a rimettere mano ai testi, con l’ulteriore ritardo legato all’avvicendamento a Palazzo Chigi tra Renzi e Paolo Gentiloni. Venerdì 17 febbraio la nuova versione è tornata in consiglio dei ministri per il via libera preliminare, insieme al nuovo decreto sui licenziamenti dei dipendenti pubblici assenteisti. Per il varo definitivo dei due testi si dovrà ora attendere l’ok di Consiglio di Stato e commissioni parlamentari e, appunto, l’intesa della Conferenza Stato Regioni. Il terzo decreto che era atteso in cdm, quello sul riordino della dirigenza sanitaria, è stato rinviato. Inizialmente si era detto per “cortesia istituzionale” perché era assente il ministro della salute Beatrice Lorenzin, poi è emerso che il problema è il niet delle Regioni. E nemmeno il vero piatto forte, il nuovo Testo unico del lavoro pubblico, si è ancora visto: dovrebbe approdare a Palazzo Chigi la prossima settimana.

Il decreto sulle partecipate, stando al comunicato diffuso dopo il cdm in attesa del testo completo, proroga ulteriormente, dal 23 marzo al 30 giugno 2017, il termine entro cui le amministrazioni pubbliche devono fare una ricognizione di tutte le partecipazioni possedute in vista della loro “razionalizzazione“, cioè chiusura o dismissione. Entro la stessa data dovranno anche decidere quanti tra i dipendenti sono in esubero. Solo quattro giorni fa, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2017, il procuratore generale della Corte dei Conti Claudio Galtieri, ha evidenziato che l’Italia è “tra gli Stati in cui in media è più alto il costo dei servizi pubblici, con conseguenti effetti negativi sulla competitività delle imprese”, perché le “società a partecipazione pubblica che riescono a scaricare le loro inefficienze sulla collettività attraverso la leva tariffaria“.

Il decreto specifica poi che l’attività di autoproduzione di beni e servizi può essere strumentale agli enti pubblici o allo svolgimento delle loro funzioni, con il risultato che gli enti locali possono mantenere le partecipazioni in società con questo scopo. Ammesso anche il possesso di quote di aziende “aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili“. Le università potranno poi costituire società per la gestione di aziende agricole con funzioni didattiche. Nel caso di partecipazioni regionali, il governatore può stabilire a piacimento “l’esclusione, totale o parziale, di singole società dall’ambito di applicazione della disciplina”, se ci sono “precise finalità pubbliche nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità”. Resta per ora immutato a quota 1 milione di euro il parametro del fatturato minimo – 1 milione di euro – sotto il quale le società dovranno essere chiuse. Una tagliola che spazzerebbe via in un colpo solo circa 5mila partecipate. Ma non è escluso che le Regioni, la cui intesa è appunto obbligatoria, tornino alla carica chiedendo che il tetto sia ridotto.

Slitta poi a fine luglio il termine per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni in tema di governance societaria. Rinviata infine a successivi decreti, previa intesa con la Conferenza unificata, la fissazione dei requisiti di onorabilità, professionalità e autonomia dei componenti degli organi amministrativi e dei collegi sindacali delle società a controllo pubblico e degli indicatori dimensionali in base ai quali individuare le fasce di classificazione delle controllate dagli enti locali. E un ulteriore decreto del Ministro del lavoro dovrà disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente.

Sul fronte del licenziamento degli statali cambia poco rispetto alla prima versione: i “furbetti del cartellino” colti in flagranza potranno perdere il lavoro, come del resto previsto anche dalla normativa precedente (nel 2015 per esempio sono stati 280 i lavoratori licenziati, in crescita di quasi un quarto rispetto all’anno prima). Chi timbra e poi si assenta dal posto di lavoro sarà sospeso, senza stipendio fatto salvo il diritto all’assegno alimentare, entro 48 ore ed entro 30 giorni potrà essere definitivamente licenziato, al termine del procedimento disciplinare. L’unica novità è che la pubblica amministrazione avrà un po’ più tempo per esercitare l’azione di risarcimento per i danni di immagine provocati dalle condotte fraudolente del dipendente. La denuncia al pubblico ministero e la segnalazione alla Procura regionale della Corte dei conti avverrà, ora, entro 20 giorni (non più 15) dall’avvio del procedimento disciplinare in modo da evitare un “eccessivo accavallamento dei termini e delle procedure”. La Procura della Corte dei conti, quando ne ricorrono i presupposti, potrà procedere per i danni di immagine entro 150 giorni e non più 120 dalla conclusione della procedura di licenziamento. Si prevede inoltre “l’obbligo di comunicazione dei provvedimenti disciplinari all’Ispettorato per la funzione pubblica entro 20 giorni dall’adozione degli stessi” per consentire il monitoraggio sull’attuazione della riforma, anche per adottare ogni possibile strumento che ne garantisca la piena efficacia. Tutti i dati saranno così raccolti in un sistema informatico ad hoc che consentirà di controllare l’andamento delle sanzioni, dai richiami ai licenziamenti passando per le sospensioni.