Per raccontare questa storia che sembra scritta da uno sceneggiatore bisogna far tornare indietro l’orologio di sei mesi, quando una donna di 34 anni, Roberta Smargiassi, viene investita da un’auto e muore poco dopo il ricovero in ospedale. È il 1 luglio e quindici giorni dopo a Vasto (Chieti) amici, parenti e il marito manifestano per chiedere giustizia. Oggi, sette mesi dopo, Fabio Di Lello ha impugnato una pistola e con quattro colpi ha tolto la vita a Italo D’Elisa, 22 anni, che quel pomeriggio d’estate, era alla guida della Fiat Punto che aveva travolto lo scooter di lei dopo non aver rispettato il rosso a un semaforo. Prima di sparargli al torace Di Lello avrebbe scambiato qualche parola con la sua vittima.

D’Elisa era imputata per omicidio stradale
Dopo l’omicidio del ragazzo, avvenuto intorno alle 15.30 davanti al locale Drink Water di via Perth, l’uomo è andato al cimitero, ha imbustato la pistola e l’ha lasciata sulla tomba di lei. Poi ha chiamato un amico e gli ha raccontato di essersi fatto giustizia da sé, quindi ha telefonato all’avvocato e insieme si sono presentati dai carabinieri che da due ore, insieme agli uomini della Polizia, gli stavano dando la caccia. D’Elisa “era imputato di omicidio stradale e il rinvio a giudizio era stato firmato alla fine del 2016” spiega all’Ansa il capo della Procura Giampiero Di Florio smentendo la notizia che il 22enne non fosse stato indagato per l’incidente.

Il 1 luglio l’incidente a Vasto
Roberta Smargiassi stava attraversando l’incrocio tra Corso Mazzini e Via Giulio Cesare in sella al suo Yamaha Sh650 quando la Fiat Punto, guidata D’Elisa l’aveva centrata. La giovane donna si era schiantata contro il semaforo che regolava l’incrocio, ricadendo sull’asfalto. Dopo l’impatto con la moto, l’utilitaria aveva colpito anche una Renault Clio. I carabinieri e i vigili del Fuoco del comando di Vasto erano intervenuti sul posto, insieme ai medici del 118 che avevano soccorso la 34enne, morta in ospedale subito dopo il ricovero. Il 16 luglio a Vasto era stata organizzata una fiaccolata in  suo ricordo. Una folla di persone aveva preso parte al corteo partito proprio da quell’incrocio dove Roberta era stata travolta. In prima fila il marito, il papà, gli altri familiari. Il corteo aveva percorso corso Mazzini per raggiungere l’incrocio e l’obitorio dell’ospedale San Pio da Pietrelcina. Dopo una breve sosta con la recita del rosario la marcia era ripresa per aggiungere l’ingresso del Tribunale di Vasto dove, sui cancelli esterni, erano state lasciate tante immagini di Roberta ed era stato ripetuto l’invito ai magistrati a fare al più presto giustizia.

La telefonata all’amico e all’avvocato
Prima di consegnarsi alle forze dell’ordine Di Lello, ex calciatore dilettante, ha chiamato un amico dicendogli che aveva ucciso l’assassino di sua moglie annunciandogli che stava andando al cimitero per salutare la sua Roberta. Poi ha telefonato al suo avvocato, Giovanni Cerella, indicandogli dove si trovava in quel momento. I primi ad arrivare sulla tomba di Roberta sono stati i carabinieri che hanno trovato solo l’arma custodita in una busta di plastica trasparente. Poco dopo, accompagnato dal suo avvocato, Di Lello si è costituito ai militari. Sul profilo Facebook Fabio Di Lello aveva postato il 5 novembre scorso la scritta Giustizia per Roberta con la foto profilo con il volto di Roberta e l’immagine di copertina tratta dal film Il gladiatore.

Il memorial per Roberta e la richiesta di giustizia
Il 30 dicembre scorso i familiari e il marito di Roberta avevano organizzato un ‘memorial natalizio di calcia a otto’ al centro sportivo San Gabriele di Vasto. Al ‘memorial’ avevano partecipato quattro squadre, tra cui una formata dagli amici di Roberta e Fabio. Sulla locandina che annunciava il torneo c’era la foto di Roberta Smargiassi sorridente e la scritta “Giustizia per Roberta”. “La mia Roberta mi è stata rubata, rubata ai propri sogni, ai progetti di vita, rubata al suo desiderio di essere madre, rubata al mio amore, agli amici, al suo amore per la vita, al suo sorriso, ai suoi genitori a tutti noi” scriveva Di Lello annunciando una messa in suffragio per la moglie il 2 agosto scorso. “Hanno trasformato il nostro dolore e la sua morte come fosse un videogioco”, aggiungeva Fabio per poi proseguire “Mi chiedo, dov’è giustizia? Mi rispondo, forse non esiste! Non dimentichiamo, lottiamo, perché non ci sia più un’altra Roberta”. Gli amici raccontano che dal giorno del funerale Di Lello andava tutti i giorni al cimitero e che a volte si fermava a anche a mangiare lì.

L’avvocato di D’Elisa: “Campagna d’odio”
“C’è stata una campagna di odio da parte dei famigliari di questa ragazza che è stata coinvolta in questo terribile incidente che purtroppo ha portato a questo risultato. Ora ne vediamo le conseguenze. Vedevamo manifesti dappertutto. Continui incitamenti anche su internet a fare giustizia, a fare giustizia. Alla fine c’è stato chi l’ha fatta. Si è fatto giustizia da sé. Tra l’altro dopo tempo, quindi una premeditazione” dice l’avvocato Pompeo Del Re. “Il percorso della giustizia stava andando avanti. Italo D’Elisa sarebbe dovuto comparire nei prossimi giorni davanti al gup. Ci era stata notificata – prosegue il legale – la fissazione di udienza preliminare, nel corso della quale si sarebbe dovuto decidere se disporre o meno il rinvio a giudizio”. D’Elisa era indagato per omicidio stradale. “Ma a quanto pare – conclude Del Re – Italo è stato seguito, sono stati seguiti i suoi spostamenti e alla fine è stato ucciso. Sono stati esplosi più colpi di proiettile. È chiaro l’intento e la premeditazione da quanto si era verificato l’incidente”. 

In un comunicato, comparso a dicembre scorso sul portale zonalocalr, il legale di Italo D’Elisa, l’avvocato Pompeo Del Re, puntualizzava infatti che il suo assistito non era “un pirata della strada” in quanto “subito dopo il sinistro, pur essendo anch’egli ferito e gravemente scosso, non ha omesso soccorso, ma ha immediatamente allertato le autorità competenti e chiesto l’intervento del personale medico-sanitario”. Inoltre, affermava che gli esami “medici e ospedalieri avevano accertato “che il medesimo non guidava in stato di ebbrezza, né con coscienza alterata dall’uso di sostanze stupefacenti”, concludendo “come la dinamica del sinistro evidenzi una serie di fatalità non imputabili all’indagato“. Lo stesso portale aveva ospitato la replica della famiglia di Roberta Smargiassi, attraverso una nota del legale Giovanni Cerella. Che evidenziava che “il capo di imputazione a carico dell’uomo è omicidio stradale aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale relative all’ eccessiva velocità e al mancato rispetto del segnale con luci rosse dell’impianto semaforico”. “Il consulente nominato dal sostituto procuratore – aggiungeva – ha ricostruito minuziosamente la dinamica del sinistro mortale ed ha concluso che ‘Le responsabilità dell’accaduto sono chiaramente ed unicamente riconducibilì all’indagato”. Probabilmente però, a tracciare un solco insuperabile tra le due famiglie, ha contribuito quel cordoglio che la famiglia Smargiassi attendeva per la morte della loro Roberta e che, come scriveva l’avvocato Cerella, “nessun componente della famiglia del 21enne, indagato compreso, ha espresso”, così come le dichiarazioni fatte dalla famiglia del giovane, ritenute dai congiunti di Roberta “offensive e dolorose”

Il procuratore: “Tragedia nella tragedia”
“È una tragedia nella tragedia, questo è lo sconforto” dice il procuratore capo della Repubblica Giampiero Di Florio. Quando gli si chiede cosa ne pensa di quanto apparso sulla rete, dove si era innescato un clima d’odio nei confronti di D’Elisa che aveva investito e ucciso la moglie del suo presunto assassino il procuratore risponde: “Non mi parlate della rete perché sono assolutamente contrario a tutte queste forme di comunicazione. Vedo una gioventù malsana che non parla più e si affida a questi commenti spregiudicati. Sono forme di violenze anche quelle. Sono veramente stufo di queste comunicazioni in rete dove cova l’odio”.