Ha gli occhi delle 32 vittime puntati addosso, il giudice Gerardo Boragine. Deve leggere la sentenza di primo grado per la strage di Viareggio del 29 giugno 2009 e i volti delle 32 vittime, stampati sulle magliette bianche, sono tutti di fronte a lui. Sono passati quasi 8 anni e questo sarà l’unico processo intero a cui assisteremo per Viareggio, prima che, tra un mese, la prescrizione cancelli il reato di lesioni colpose plurime gravi e gravissime e quello di incendio colposo: i responsabili non saranno più perseguibili. Fuori piove a dirotto ma lo scroscio più forte è dentro, nell’aula del Polo Fieristico di Lucca, quando un applauso per i familiari delle vittime esplode poco prima della lettura della sentenza. A battere le mani a lungo sono i viareggini venuti a sostenerli, insieme ai ferrovieri da tutta Italia, al comitato del Moby Prince di Livorno, a quelli della strage dell’Eternit e della scuola crollata a San Giuliano di Puglia. Ci sono tutte le stragi condensate in un’aula, perché il grido è unico: che sia fatta giustizia, che non sia l’ennesima strage impunita. 

Sono faccia a faccia da 140 udienze, il giudice e le 32 vittime. Chissà se il plotone di avvocati degli imputati sente quegli sguardi muti e carichi di aspettative. Stesi sulle sedie, i loro volti stampati su magliette bianche ci sono sempre stati in questo processo che non riguarda solo le loro 32 famiglie, ma l’Italia intera, perché parla di sicurezza del trasporto ferroviario di merci pericolose. Un processo che va avanti, nella sostanziale indifferenza della stampa nazionale, da 140 udienze. Ma oggi è diverso. Oggi è giorno di sentenza e l’aula è aperta alle telecamere. Il giudice non ha solo gli occhi di Luca, Lorenzo, Stefania e delle altre 29 vittime puntati addosso, ma anche gli obiettivi di fotografi e operatori tv. I familiari, come sempre, ci sono tutti. C’è Silvano Falorni, 62 anni, fratello di Andrea, il motociclista detto “lo Scarburato” morto nell’incidente insieme alla moglie Maria Luisa Carmazzi. Falorni cercò a lungo il fratello tra le macerie intorno alla stazione. “Cominciammo a rovistare le macerie sotto il cavalcavia, che erano sequestrate. Furono rigirate per ben due volte con una benna e con le mani si scavava per cercare un resto… Setacciammo con gli stacci per la polenta. Per due giorni. Poi arrivarono i cani, da Genova” ha raccontato Silvano Falorni durante il processo. Né i cani né le mani trovarono il corpo di Andrea. Solo una fila nera, brulicante, di formiche, li ricondusse a un pezzo di ginocchio. “Spero che riposi in pace se sarà fatta giustizia. Noi saremo più sereni, ma mio fratello non lo riporta indietro nessuno. I pm hanno lavorato molto bene, si sono impegnati e credo che ci abbiano messo cuore e anima. Sono andati a spulciare tutto quello che potevano per assicurare alla giustizia tutto quello che gli imputati hanno omesso. Non è un processo per Viareggio, è per tutta l’Italia, per tutto lo Stato” dice.

Sono le tre quando Gerardo Boragine, presidente del collegio giudicante, rientra in aula insieme alle giudici Nadia Genovese e Valeria Marino. E senza alzare mai gli occhi dalla sentenza, la legge, ininterrottamente, zero pause, sembra un treno, con il fiato sospeso fino alla fine e gli occhi bassi. In aula tutti tacciono. Marco Piagentini è in piedi, prende appunti. E’ lui il simbolo della strage: una pelle nuova condannata a stare sempre all’ombra e due figli, Luca e Lorenzo, e una moglie, Stefania, che non ci sono più. Daniela Rombi, che ha perso la figlia Emanuela Menichetti, 21 anni, dopo 42 giorni di agonia, non ce la fa, si siede, le passano l’acqua. Condannati tutti i manager e i dirigenti. Era quello che sperava. Poco prima della sentenza aveva detto: “Spererei che fossero confermati gli anni chiesti dalla Procura. Prima di tutto gli amministratori, spero che non vadano assolutamente assolti, poi i dirigenti. Gli operai invece bisogna vedere in che situazione erano costretti a lavorare”. “E’ stato condannato il sistema” dice dopo la lettura Daniela. “E’ una sentenza molto importante perché impone una modifica dell’intero sistema ferroviario europeo” commenta a caldo Dante De Angelis, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza in ferrovie.

“Una sentenza inequivocabile che fa il quadro delle responsabilità” aggiunge Giorgio Del Ghingaro, sindaco di Viareggio. Soddisfatti anche gli avvocati di parte civile. Gabriele Dalle Luche: “Siamo soddisfatti perché sono stati condannati i vertici”. “Non era scontato” puntualizza un altro legale dei familiari, Filippo Antonini. I parenti no, preferiscono non commentare, ascoltare cosa hanno da dire gli avvocati. Si riuniranno questa sera, come fanno ogni settimana da anni, per riflettere insieme e decidere una linea comune. La lettura è durata solo cinque minuti, non c’erano spiegazioni. Cinque minuti densi di tecnicicismi, veloci, travolgenti, proprio come il treno del 29 giugno. Questo è l’unico processo completo che avranno i viareggini, prima che la prescrizione spazzi via, a febbraio, due reati importanti come l’incendio colposo e le lesioni colpose plurime gravi e gravissime. A meno che gli imputati non rinuncino alla prescrizione. E’ quello che vorrebbe Marco Piagentini. “Vogliamo che Mauro Moretti sia costretto dalla politica e dagli organi competenti a rinunciare alla prescrizione. Moretti è un dipendente statale e lo Stato può intervenire” ribadisce.

Daniela, Silvano, Marco: nessuno di loro ha accettato i risarcimenti delle assicurazioni. Lo hanno fatto per costituirsi parte civile. Lo stesso ha fatto Andrea Maccioni, 42 anni, zio di Luca e Leonardo Piagentini, morti insieme alla mamma, Stefania Maccioni, sorella di Andrea. E’ lui che ha disegnato il logo dell’associazione dei familiari, Il Mondo che Vorrei: una casa, una famiglia, l’arcobaleno. “E’ la cosa più bella che abbiamo, la più preziosa, che da un giorno all’altro può non esserci più in un batter d’occhio” dice. Il tratto stilizzato è quello di un bambino. Di un innocente, che strattona questo mondo di adulti mettendoli di fronte alle proprie responsabilità. Andrea non intende farsene una ragione. “Bastava un minimo di quella tecnologia di cui disponevamo già nel 2009. Un esempio? Lo specchietto retrovisore, una telecamera per il controllo retrovisivo. Avrebbe fatto guadagnare tempo prezioso ai macchinisti, che hanno capito solo dopo che il treno aveva deragliato. Per me oggi è un punto di partenza, comunque vada la sentenza, per cambiare questo sistema. Come allora, anche oggi è assurdo che i treni continuino a trasportare merci pericolose nei centri abitati a 100 km all’ora senza obbligo di valutazione di rischio”. L’ultima parola la dice Marco Piagentini: “Se veramente credono di essere innocenti, rinuncino alla prescrizione”.