Non solo una violenza di gruppo, già di per sé deplorevole, ma anche il tentativo di tenerla nascosta per anni, di convincere la vittima a non denunciare e a ritrattare la sua versione per non far finire la storia in tribunale o limitare le conseguenze dei responsabili di fronte alla legge. Lo stupro avvenuto nel 2010 a Parma nella sede della Rete antifascista di via Testi ai danni di una giovane mantovana in stato di incoscienza, assume contorni sempre più inquietanti. A denunciare la vicenda, parlando di omertà e pressioni sulla vittima che all’epoca degli abusi era appena maggiorenne, è il blog “Abbatto i muri”, che nei giorni scorsi ha pubblicato un comunicato del gruppo di ragazze “Romantic Punx” che ripercorre il brutale episodio ora al centro di un processo al tribunale di Parma. Il testo è stato ripreso da Repubblica: “Uno stupro è sempre e comunque un atto fascista, anche se chi lo commette si dichiara antifascista” hanno scritto. In pochi però parlarono di quella notte di orrore, e anzi, spiegano le Romantic Punx, la ragazza, pur non avendo mai sporto denuncia contro i suoi aguzzini, venne isolata dal collettivo, che la riteneva pericolosa proprio per quello che avrebbe potuto rivelare.

Era il 12 settembre del 2010 quando nella sede di via Testi quella che doveva essere una festa tra amici e attivisti finì per la giovane mantovana in un modo drammatico. La sera i festeggiamenti, con alcol e probabilmente, secondo gli inquirenti, l’assunzione di droga forse a sua insaputa. Poi il risveglio senza vestiti, i ricordi annebbiati, come lei stessa avrebbe raccontato nelle scorse settimane nel corso di un’udienza a porte chiuse. La verità su quella notte in realtà sarebbe circolata già da anni nell’ambiente del collettivo. I presunti responsabili infatti avevano filmato con un cellulare la violenza consumata a turno sulla loro “amica”. Secondo gli atti, da quel video è evidente che “il corpo della ragazza veniva usato come un oggetto inanimato” su cui infierire, e che la vittima “appare del tutto inerme”, incosciente della brutalità che stava subendo. Mentre la ragazza nei giorni successivi allo stupro cercava ancora di chiarire quanto fosse avvenuto, il video era già diventato virale nell’ambiente, insieme a nomignoli affibbiati alla vittima inconsapevole, che si riferivano ai dettagli di quella notta di violenza, come si legge nel blog: “E nei giorni, settimane, mesi successivi alla violenza? – si chiedono le Romantic Punx – La ragazza non denuncia alla polizia, non parla con nessuno; il video continua a girare, tutti lo guardano eppure nessuno vede la violenza. Gli uomini attorno a quel tavolo sui cui giaceva inerme la ragazza continuano a frequentare cortei, concerti, spazi occupati e autogestiti… E ridono, parlano, bevono birre, escono con ragazze, stringono nuove amicizie; nonostante giri un video in cui ‘fanno sesso’ con una donna che sembra morta”.

È proprio quel filmato, trovato per caso nel 2013 dai carabinieri nel corso di un’altra indagine, che ha fatto partire l’inchiesta coordinata dal pm Giuseppe Amara che nel 2015 ha portato agli arresti domiciliari e al rinvio a giudizio di tre delle persone presenti quella notte in via Testi, un 25enne e un 29enne di Parma e un 24enne romano. Altri quattro attivisti inoltre, tre ragazzi e una ragazza, sono accusati di favoreggiamento, per avere minacciato la vittima con sms e telefonate per far ritrattare la versione da fornire agli inquirenti. La giustizia farà il suo corso, ma le Romantic Punx riflettono su quanto accaduto, perché non succeda più. “Dove siamo state in quei tre anni che vanno dallo stupro al giorno in cui due pattuglie sono andate a cercare la ragazza a casa della sua famiglia? Perché al posto di diffondere il video, umiliarla, organizzare assemblee con gli stupratori non è stato fatto muro attorno alla ragazza? Perché per salvare il gruppo si è deciso di abbandonare chi davvero aveva bisogno? – scrivono ancora – Ciò che è accaduto a lei poteva succedere ad ognuna di noi – concludono – Ed oggi ci alziamo in piedi contro la violenza avvenuta quella notte in via Testi, la vergogna di quel video diffuso e l’orrore di quel nomignolo. Contro il suo abbandono e l’incapacità di vedere il disagio di una donna. Contro l’omertà e il muro di silenzio. Contro i modi e il linguaggio adottati nei suoi confronti. Contro chi l’ha processata, condannata e punita basandosi su voci e fatti incompleti e di parte. Contro chi l’ha minacciata, aggredita, allontanata dagli spazi occupati usando la violenza…”