Le telefonate di lamentele quasi ogni mattina, le interviste incrociate sui giornali e poi i malumori in assemblea. C’è voluto il resoconto della riunione tra i parlamentari M5s, mentre il Pd si sfaldava e alla vigilia delle consultazioni dal presidente della Repubblica, perché Beppe Grillo decidesse di prendere in mano la situazione.”Nel Movimento non esistono correnti: abbiamo bisogno di idee condivise, non di opinioni divisive“. Il messaggio è chiaro. Sembra un post di routine per gli attivisti, ma di fatto è un segnale per chi sta già pensando alla corsa per la leadership dentro il Movimento e a chi sta provando a sfidare il nome che tutti o quasi danno per scontato: Luigi Di Maio. Perché la “linea è chiara”, spiegano fonti interne, ed era stata già decisa prima del referendum. “Insomma non si capisce perché ci si debba spaccare proprio adesso, non abbiamo ancora vinto e già qualcuno pensa alle poltrone”, è il concetto. Quindi Grillo, stanco del ritornello quasi ancora prima di cominciare la corsa per il Parlamento, si è seduto al computer e ha scritto un messaggio che valga per tutti. “Il M5s: un corpo solo, un’anima sola”, il titolo. Poi il testo con le regole che tutti conoscono, ma che ha voluto precisare: “Il candidato premier sarà un candidato premier portavoce che proporrà agli italiani il programma di governo 5 Stelle votato in rete. Chi si candiderà a premier o a parlamentare non si candida a proporre un suo programma, ma si impegna a rendere fattivo il programma deciso in rete dalla nostra comunità”. Infine l’annuncio ai suoi per evitare altre polemiche: alle consultazioni con Mattarella andranno solo i capigruppo.

Grillo questi principi li ripete da mesi fino alla nausea e ora più che mai vuole che siano chiari per tutti. Perché lui ha pazienza, ma poi si sveglia un giorno e fa saltare tutto. Subito dopo la vittoria del No al referendum, a risultato ancora caldo, ci ha pensato il deputato Roberto Fico a sollevare le prime polemiche. In un’intervista ad Avvenire ha detto “di essere pronto a fare il candidato presidente del Consiglio se il Movimento glielo chiede”. Ovvero a sfidare Di Maio. La voce del napoletano ha fatto più rumore del solito: lui è quello che chiede continuamente il “ritorno alle origini”, quello che dal palco di Palermo ha fatto un discorso a braccio e fuori programma perché nel M5s ci sia “più sostanza e meno selfie”, quello a cui guardano alcune delle voci più critiche (da Carla Ruocco a Roberta Lombardi). Fino a questo momento i parlamentari e lo staff erano riusciti a convincere Grillo che la situazione fosse sotto controllo: “sono piccole invidie umane”, “semplici gelosie”, gli dicevano. Ma le parole di oggi su La Stampa della romana Lombardi (“Fico e Di Maio hanno idee opposte del Movimento”) lo hanno fatto innervosire davvero. “Ci giochiamo il governo, non possiamo fare passi falsi adesso”, ha commentato con i suoi. E poi sul blog ha scritto: “La visione del Movimento 5 stelle è una ed è quella decisa dagli iscritti certificati in rete in conformità con le regole e i principi fondanti fissati dai garanti. Il programma del Movimento 5 stelle viene deciso dagli iscritti che saranno chiamati a esprimersi online. Chi vuole partecipare alla scrittura del nostro programma di governo e all’individuazione delle persone che lo attueranno, lasci da parte le questioni personali e l’interesse particolare e si rimbocchi le maniche per remare nella direzione che deciderà la nostra comunità. Altrimenti si faccia da parte. Dobbiamo essere uniti e compatti”.

Punto. Poche righe, ma che raccontano tutto il clima che si respira nei corridoi del Parlamento e nelle telefonate continue tra Roma e Genova. L’assemblea congiunta del 7 dicembre è stata l’occasione per guardarsi negli occhi e cercare di chiarire i malumori sempre più insistenti. Primo fra tutti la linea scelta di chiedere il voto con l’Italicum che uscirà dal giudizio della Corte costituzionale. Non tutti sono d’accordo: è la legge elettorale contro cui si sono battuti nei mesi scorsi e non sanno come giustificare il cambio, ma soprattutto a dare più fastidio è il fatto che a decidere la posizione sia stato un piccolo gruppo, domenica notte, senza consultare l’assemblea. C’erano i parlamentari della commissione Affari costituzionali (Toninelli e Crimi), ma anche Di Maio e a distanza Grillo. Tutti erano d’accordo sul fatto che sedersi al tavolo con gli altri partiti per parlare di legge elettorale sarebbe un massacro e per questo hanno scelto di chiedere il voto a qualsiasi costo. Non tutti ci stanno, ma per lo più chiedono spiegazioni perché temono di essere, come sempre, tagliati fuori.

L’obiettivo ora è quello di non bruciare le tappe e non bruciarsi nel mentre. Un po’ come sempre: stare a guardare cosa fanno gli altri e sperare di arrivare alle urne interi. La priorità è l’elaborazione del programma attraverso la piattaforma online Rousseau: Grillo ha annunciato che il primo punto che sarà discusso è l’energia e ci sarà bisogno del contributo di tutti (si spera) gli iscritti. Per il nome da lanciare come presidente del Consiglio c’è tempo: sarà votato in rete e probabilmente ci sarà la possibilità di presentare candidature spontanee, anche se la cosa più importante è che non sia una lotta al massacro. “Come si fa a mettere in discussione Di Maio?”, commentano dentro il Movimento. Qualcuno ha provato a tirare per la giacca Alessandro Di Battista, a chiedergli di tentare la sfida con il collega, ma lui non ci sta. Per questo Fico è riuscito a prendere sempre più spazio con una discussione “filosofica”, come la definiscono in molti, sulle sorti del Movimento e sull’importanza di non tradire lo spirito originario. Sembrava una questione isolata, ma di fatto sta prendendo sempre più piede sui territori e nei Meetup. Per questo il leader ha sentito il bisogno di dire la sua.

In generale l’ansia da prestazione si fa sentire. Tra Grillo che perde la pazienza pensando a ipotetici ritorni in teatro e una vittoria, ancora una volta, che potrebbe essere difficile da gestire. Anche perché il gruppo ha la testa un po’ persa e l’assemblea delle scorse ore ne è stata la dimostrazione. C’è chi parla già delle poltrone da riempire in caso di elezione (dai ministri ai sottosegretari ai tecnici) e chi, vedi i siciliani sospesi perché indagati, è preoccupato del caso firme false a Palermo. Quest’ultimo tema, presente tra gli ordini del giorno da discutere, è stato tenuto in stand-by fino alla fine ed è poi saltato tra le proteste degli interessati. Se ne riparlerà forse, ma ora il Movimento non può avere troppi fronti su cui combattere.