Veti incrociati e timori di sgambetti, la legge elettorale è un problema per la maggioranza (e perché Meloni cerca la “sponda” col centrosinistra)
Se c’è una questione politica che agita il sonno dei vertici dei partiti in modo inversamente proporzionale al grado di interesse che riscuote nel Paese, quella è la legge elettorale. Non la crisi energetica, non l’inflazione e i salari bassi, ma le regole con le quali si andrà al voto nel 2027. Anche perché la composizione del prossimo Parlamento sarà responsabile dell’elezione del Presidente della Repubblica. Non una questione di poco conto, a prescindere – o al di là – della formazione del futuro governo.
In superficie, allo stato attuale delle cose, c’è da un lato la maggioranza che ha depositato il testo di riforma: Stabilicum per i sostenitori, Meloncellum per i detrattori; dall’altra c’è l’opposizione, contraria al provvedimento e al dialogo. Ma guardando più da vicino, si scopre che le dinamiche tra i partiti, e all’interno della stessa maggioranza, non sono così limpide. E pacifiche. No, perché ciascuno tira dalla propria parte per portare a casa il risultato più consono per sé e per le proprie ambizioni legate, naturalmente, al numero di poltrone divise tra Palazzo Madama e Montecitorio. La spartizione del potere, in altre parole.
Il Meloncellum conviene a FdI. Ma FI preferisce “il pareggio”
E allora ecco che, tanto per cominciare, si scopre che Lega e Forza Italia verrebbero penalizzate dal nuovo sistema di voto, al contrario di Fratelli d’Italia, che ne beneficerebbe. La simulazione, fatta sui dati delle Politiche del 2022, è stata messa a punto dal professore emerito di Diritto costituzionale all’Università di Napoli Federico II, Massimo Villone, e riferita in commissione Affari costituzionali. Secondo le proiezioni del docente, infatti, il partito guidato da Matteo Salvini e quello di Antonio Tajani perdono seggi. Ma non finisce qui. Perché è facile capire come soprattutto la Lega, con l’eliminazione tour court della parte maggioritaria dell’attuale Rosatellum, verrebbe danneggiata al Nord, non potendo più contare sui collegi uninominali nei quali i propri esponenti raccolgono maggiori consensi tra gli elettori.
Ci sono altre partite, poi, più o meno sotterranee, come scritto nei giorni scorsi da il Fatto Quotidiano: Marina Berlusconi, proprietaria di fatto di Forza Italia, ha il timore di una sconfitta. Con lo Stabilicum-Meloncellum, che assegna un generoso premio di maggioranza alla coalizione vincente che supera il 40% delle preferenze (70 seggi alla Camera e 35 al Senato), è indubbio che il giorno dopo il voto si certifica il vincitore. Che potrebbe non essere, sondaggi alla mano, il centrodestra. E allora è meglio un pareggio (e, dunque, meglio un proporzionale puro, senza premi). Sul fronte opposto Giorgia Meloni, che ai suoi ha detto: “Bisogna evitare inciuci e pareggi elettorali”.
Maurizio Lupi e la lotta al generale Vannacci (col favore di Salvini)
Altro dissenso sul fronte delle preferenze: non dispiacciono a FdI – e poi vediamo perché – e piacciono molto a Noi Moderati (Maurizio Lupi e Mariastella Gelmini lo hanno detto chiaramente, “sì alle preferenze”); totalmente contraria, invece, la Lega. Salvini, dopo che è stato depositato il cosiddetto ddl Bignami, ha detto, più o meno vago (e allo stesso tempo sibillino): “Tutto è migliorabile“. E a proposito di composizione della coalizione: se è vero che Noi Moderati conta, in termini di percentuale, meno degli alleati, è altrettanto vero che potrebbe far saltare il banco delle alleanze. In che modo? Lupi ha portato a casa il ripescaggio della prima lista che non supera lo sbarramento (fissato al 3%); ma qualora Meloni, Salvini e Tajani decidessero di imbarcare Roberto Vannacci, ecco che Noi Moderati rischierebbe di non entrare in Parlamento. Lo stesso leader della Lega, manco è il caso di dirlo, non vede di buon occhio l’intesa con l’ex sodale che lo ha “tradito”, uscendo dal Carroccio per fondare Futuro Nazionale.
L’apertura alle opposizioni per l’operazione “testo condiviso”
E le opposizioni? Da Avs, Pd, M5s, Iv e +Europa al momento almeno a parole c’è un muro, vale a dire che la possibilità di dialogo con la maggioranza è parecchio remota. Non fa parte di questo discorso Azione, che dopo gli “amorosi sensi” tra Meloni e Carlo Calenda durante il Premier Time di mercoledì 13 maggio, ha già incontrato i capigruppo di maggioranza. Pur avendo bocciato la proposta, Calenda potrebbe ricoprire il ruolo di “mina vagante” (in termini politici) e trovare una convergenza col centrodestra (come peraltro ampiamente dimostrato in diverse elezioni amministrative).
Nonostante ciò, la presidente del Consiglio – consapevole delle divisioni interne alla coalizione – cerca una sponda nei partiti di opposizione. Per non dover affrontare i problemi con gli alleati o, quanto meno, per trovare legittimazione alla sua proposta di modifica del Rosatellum. In particolare, alzando la quota oltre la quale scatta il premio e abbassando la consistenza del premio stesso; e, soprattutto, cedendo sulle preferenze. Strappare un accordo con gli avversari, ancorché parziale, avallerebbe la sua operazione. “Se la devono approvare da soli” sintetizza Renzi, “ma deve farlo tutta la coalizione, altrimenti non passa“. La strategia delle opposizioni è chiara: lasciare Meloni lì dov’è, e logorarla. In vista del voto.
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