“Cazzo, l’ha ammazzato, l’ha ammazzato, l’ha ammazzato”. “Ma lui lavorava ancora lì?”. “Sì, sì l’ha ammazzato”. Il 9 aprile 2013, Angelo Lauria arriva all’ospedale di Saronno con le sue gambe. Deve sottoporsi a una visita nel reparto di oncologia. Poco dopo, viene affidato alle cure del viceprimario Leonardo Cazzaniga ed entra in pronto soccorso. Ne uscirà cadavere. Sono gli stessi dottori e infermieri a ricostruire davanti ai magistrati della Procura di Busto Arsizio il racconto in presa diretta della morte del 69enne Lauria, una delle cinque presunte vittime del medico anestesista accusato di aver ucciso quattro pazienti oltre al marito della sua amante, l’infermiera Laura Taroni.

In oncologia mancano posti letto, il dottor Giuseppe Di Lucca decide quindi di trasferire Lauria in pronto soccorso. “Parlai con il medico di turno, il dottor Cazzaniga – dice agli inquirenti l’oncologo – Ricordo di aver detto al collega che gli inviavo un paziente con una grave difficoltà respiratoria al fine di ricoverarlo per la somministrazione di cure palliative”. Il signor Lauria ha un tumore. È malato terminale. Anche la figlia sa che non gli rimarrà molto da vivere. Ma, precisa il dottor Di Lucca, “non era in imminente pericolo di vita”. Appena entra in pronto soccorso, però, le sue condizioni precipitano. Ecco cosa scrive l’infermiere Iliescu Radu, assistente di Cazzaniga, nella sua relazione inviata alla direzione sanitaria, lo stesso organo interno che non interverrà mai sull’operato dell'”angelo della morte”: “Quando entra in ambulatorio B, il paziente si presenta vigile, sofferente, tachipnoico con 02 terapia in corso”. Il viceprimario dice allora al suo collaboratore di somministrare “2 fl di morfina in 100 cc”. Subito dopo, però, Cazzaniga “mi ha detto che se ne occupava lui in seguito della terapia e che metteva in uso il ‘suo protocollo'”. Risultato: “Dopo circa 15 – 20 minuti, il quadro clinico del paziente è peggiorato”. Entra in coma. “Nel giro di qualche minuto si è constato il decesso“.

Come è possibile che il signor Lauria muoia in una manciata di minuti? È lo stesso Radu a fornire una spiegazione. Prima nella segnalazione inviata alla commissione interna dell’ospedale, poi quando viene ascoltato dai carabinieri: “Sul verbale di pronto soccorso ho letto che il medico ha somministrato 60 mg di midazolamin 100 cc sol fis; propofolin 500 cc sol fis”. Un mix e un dosaggio letale. Radu lo sa. Tanto che racconta alla collega Jessica Piras di essersi rifiutato “di somministrare i farmaci prescritti” da Cazzaniga.

Anche il dottor Di Lucca capisce subito che al pronto soccorso di Saronno al signor Angelo Lauria è stata inflitta una condanna a morte. Lo ammette due anni dopo, appena uscito dall’ufficio del pm di Busto Arsizio Maria Cristina Ria che sta mettendo assieme le tessere di un mosaico infinito di morte e silenzi. È il 23 maggio 2015. Di Lucca è al telefono con una donna, che gli chiede: “Li ammazzava?”. “Sì, li faceva il propofol a endovena”. “E secondo te è una terapia eccessiva quella?”. “Cazzo l’ha ammazzato, l’ha ammazzato, l’ha ammazzato (…) cioè gli ha fatto una roba… quella che aveva ucciso Michael Jackson per intenderci. Cioè… io mi ricordo che ai tempi questo qua aveva un delirio di onnipotenza… dopo questo episodio… io ero rimasto sconvolto perché avevo scoperto il giorno stesso che questo qua era morto in pronto soccorso e ovviamente vedendo il verbale… ero rimasto… ho detto gli devo parlare, gli devo dire qualcosa (…) poi mi ricordo che era incontattabile, aveva questo delirio di onnipotenza… era andato fuori di testa”.