Mentre media, banche d’affari, cancellerie di mezzo mondo (tranne quella russa) e lo star system – Hollywood in testa – tifava Hillary Clinton c’era chi negli Usa aveva già capito tutto. In un post datato 24 luglio Michael Moore, regista e premio Oscar, aveva profetizzato l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. Il regista, che ha girato in Ohio (dove il tycoon ha strappato con il 52,1% lo stato ai democratici) il documentario TrumpLand, in un lungo post sull’Huffington Post Usa aveva avvertito gli statunitensi e anche il mondo che il miliardario, ostacolo dai suoi stessi compagni di partito, avrebbe schiacciato l’ex First Lady per cinque motivi: “Donald J. Trump vincerà a Novembre. Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente. Presidente Trump. Forza, pronunciate queste parole perché le ripeterete per i prossimi quattro anni: “PRESIDENTE TRUMP”. In vita mia non ho mai desiderato così tanto essere smentito” aveva esordito il regista di Columbine e Fahrenheit 9/11 nel suo intervento in cui aveva definito “idiota” il candidato repubblicano. 

Citando i casi delle Torri Gemelle e Nizza, quando nessuno credeva che potesse davvero accadere quello che stava succedendo Moore come primo punto ha fissato “La matematica del Midwest” sostenendo che il repubblicano negletto si sarebbe concentrato “sui quattro stati blu della cosiddetta “Rust Belt” a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin”. Dopo aver analizzato i dati delle primarie Moore aveva sentenziato meglio di qualsiasi analista: “Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? Be’ forse perché ha detto (correttamente) che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell’Upper Midwest”. Il regista ricordava quanto fosse arrabbiata la Middle class e quanto lo fossero gli operai. Una rabbia che sarebbe stata riversata nelle urne e scrivendo il nome di Trump sulla scheda elettorale.

Il secondo punto e l’ultimo baluardo del furioso uomo bianco. Moore ricordava come l’era patriarcale non fosse pronta per una donna presidente. Con un eloquio debordante l’artista aveva elaborato il probabile sillogismo di maschilisti e razzisti: “Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire”.

Il problema Hillary. Moore, che a un soffio dalle urne si è espresso decisamente a favore dell’ex Segretario di stato ma che avrebbe voluto Bernie Sanders al Campidoglio di Washington, aveva però disegnato un ritratto piuttosto impietoso della candidata democratica pur criticando ferocemente il tycoon: “Purtroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. È un falco, alla destra di Obama. Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto”. Moore sottolineava l’impopolarità della Clinton anche fra le giovani donne, l’immagine di rappresentante della vecchia politica e poi “non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei”.

Il voto depresso degli elettori di Sanders. Moore aveva già capito che i fan di Bernie Sandersil socialista che era diventato un spina del fianco dei democratici – avrebbero votato per Clinton senza alcun entusiasmo: “Quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto ‘voto depresso’: significa che l’elettore non porta con sé a votare altre 5 persone”. Ma non solo, Moore aveva criticato la scelta del suo vice: “Scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importate”.

L’effetto Jesse Ventura. Infine il premio Oscar aveva vestito i panni dello psicologo dei suoi concittadini e aveva chiesto di non “sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano ‘ribelli segreti’ una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c’è neanche un limite di tempo”. Ricordando l’elezioni negli anni ’90 in Minnesota alla poltrona di governatore di wrestler professionista aveva considerato: “Non l’hanno fatto perché sono stupidi, né perché pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perché potevano”. Proprio come hanno con Donald J. Trump.