Cito il lemma “previsione” dal vocabolario Treccani: “previṡióne […] – Il fatto di prevedere, di supporre ciò che avverrà o come si svolgeranno in futuro gli eventi, basandosi su indizî più o meno sicuri, su induzioni, ipotesi o congetture.”

Fra le possibilità che hanno i giornalisti, i blogger, gli analisti e i politologi, quella di azzardare delle previsioni basandosi su “indizî più o meno sicuri” è senz’altro una. Perché? Perché mediamente alla gente piace leggere qualcuno che provi a immaginare come andrà a finire una certa partita e ne valuta la correttezza e la plausibilità delle argomentazioni sia alla luce della propria logica e delle fonti citate, e poi perché consente di andare alla prova dei fatti: vedere se la previsione era giusta o sbagliata.

La mia ultima previsione su chi avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane è stata sbagliata alla grande: ha vinto Trump, e io dunque non ho saputo azzardare una previsione corretta. Come me, il 99,99% dei miei colleghi giornalisti, politologi, analisti, blogger e, aggiungo, la quasi totalità delle case di sondaggi, dei centri di studio, delle università, dei ricercatori di scienza politica sia americani che europei. Non è una grande consolazione aver sbagliato insieme a tutti gli altri (con la valida eccezione del regista Michael Moore, che pure prima delle elezioni ha scritto sia sul perché Trump avrebbe vinto che su come il decimillenario regno degli uomini sarebbe finito con la vittoria di Hillary: così sono capace anch’io ad azzardare la previsione corretta), ma certo fa capire che è successo qualcosa di enorme, che ha cambiato il mondo, e soprattutto di non previsto da nessuno.

Andando a rivedere ciò che ho scritto, tuttavia, io davo per scontato – sulla base degli studi citati nel mio pezzo: Princeton, New York Times e altri – che Trump non sarebbe riuscito ad allargare il suo corpo elettorale alle categorie da me citate. Dicevo dunque: “Trump […] fra le donne […] prenderebbe meno voti di un qualunque opponente democratico”.

Va da sé che questa affermazione non è affatto sbagliata: se Trump si fosse limitato a far suo il voto degli analfabeti funzionali, dagli ignoranti, dagli iscritti al Partito della Paura contro la globalizzazione, l’immigrazione e l’altro, non avrebbe mai vinto le elezioni. Invece è riuscito ad allargare la base del suo consenso, e la Cnn, ha pubblicato le percentuali di consenso che il neo-presidente ha ottenuto categoria per categoria: appena il 54% delle donne americane ha votato Hillary Clinton.

Fra le donne laureate, più di 4 su 10 hanno votato Trump. Ma fra le donne meno scolarizzate, più di 6 su 10. Percentuali altissime e molto lontane da quelle che tutti conoscevamo come probabili dai sondaggi svolti nei giorni precedenti. Quindi quasi una donna su due in America ha votato un tizio apertamente misogino, che ha lasciato a noi registrato un suo discorso in cui parla delle donne nei termini più retrivi e nauseabondi che si siano mai sentiti da parte di un candidato ad alcunché. Contente loro.

Trump ha poi confermato il suo favore fra i più anziani, i più ricchi, i più religiosi e i più intolleranti ma ha preso a sorpresa anche il voto di tanti operai e lavoratori manuali, che sono la categoria che ha determinato la sua vittoria negli stati incerti. Non è la prima volta che grandi masse di persone poco abbienti e istruite si lasciano convincere da un miliardario evasore che promette abbattimento delle tasse, costruzioni di muri contro il baubau di turno, e aumento dei posti di lavoro. Dubito che il mio Bernie Sanders sarebbe riuscito a prendere più voti di Trump, perché al fascino delle soluzioni elementari, popolari e false nessuna persona seria può rispondere qualcosa di altrettanto potente.

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