“Scusate se vi ho fatto aspettare, ma la faccenda era abbastanza complicata”. L’invito di Tim Kaine al popolo democratico e il ritardo di Hillary Clinton nel riconoscere la sconfitta hanno rimandato il momento del discorso della vittoria. Ma solo temporaneamente. Visibilmente commosso, lontano dai toni scorretti, a tratti brutali, che hanno scandito la sua campagna elettorale, Donald Trump si è presentato da presidente eletto al popolo americano a New York: “Ho appena ricevuto una telefonato da Hillary Clinton, si è congratulata con noi tutti – ha scandito il nuovo capo della Casa Bianca – io mi sono congratulato con lei per la campagna elettorale che ha condotto. Dobbiamo esserle grati per quello che ha fatto per questa Nazione”.

Per la prima parte del suo discorso sceglie un profilo “presidenziale” il candidato del Grand Old Party, che ha vinto le elezioni americane conquistando 290 grandi elettori contro i 218 della candidata del Partito Democratico: “E’ arrivato il tempo di curare le ferite della divisione, gli americani devono riunirsi in in un popolo solo – ha proseguito il nuovo presidente, che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio – mi impegno a essere presidente di tutti gli americani, cosa che per me è estremamente importante”, ha detto, mettendo la parola fine a una delle campagne elettorali più velenose della storia americana. E rivolgendo un invito di riappacificazione ai suoi avversari, anche a coloro – e sono stati molti – che lo hanno osteggiato nello stesso Partito Repubblicano: “Per coloro che hanno scelto di non appoggiarmi in passato, mi rivolgo per ricevere indicazioni”, è necessario “unirci come unico Paese“.

“Come detto dall’inizio – ha spiegato – la nostra non è stata una campagna ma un movimento incredibile costituito da milioni di donne e uomini che lavorano duro per il loro Paese e che vogliono creare un futuro migliore per sé e per le loro famiglie. Un movimento formato da americani di tutte le razze, religioni e credo che vogliono rispettare il nostro governo che è al servizio del popolo”, ha detto ancora Trump che – in coerenza con il profilo istituzionale scelto per presentarsi al popolo Usa – durante il discorso non ha fatto alcun riferimento al muro col Messico che durante la campagna elettorale ha promesso di far costruire, nonostante alcuni fan tra il pubblico lo abbiano invocato con lo slogan “build the wall“.

Il presidente eletto è tornato, invece, su uno dei temi ricorrenti della sua narrazione parlando del “potenziale” del popolo Usa: “C’è un grandissimo potenziale in questo Paese, ogni singolo americano avrà la possibilità di vedere realizzato il suo potenziale”, ha continuato riassumendo quindi le promesse degli ultimi mesi: “Metteremo a posto le città più difficili, costruiremo ponti e strade. Renderemo onore ai nostri veterani. Sfrutteremo il talento degli americani. Abbiamo un piano economico incredibile, raddoppieremo la crescita. Nel frattempo costruiremo solide relazioni con gli altri Paesi”.

La politica estera, appunto, la grande incognita dei prossimi quattro anni a Washington. Trump comincia il suo mandato puntando su toni ecumenici: l’America, ha detto, deve portare avanti “sogni di successo“, “terremo sempre al primo posto gli interessi americani” ma “manterremo sempre rapporti con tutti, con le altre nazioni con cui cercheremo una fase comune di dialogo, non di scontro”.

“E’ stato un onore, una serata eccezionale, un periodo eccezionale”, ha concluso il miliardario newyorkese rigraziando tutti, citando Mike Pence, candidato repubblicano alla vicepresidenza. Al termine dell’intervento i sostenitori hanno intonato “Usa, Usa”. Sempre più rilassato con il passare dei minuti, Trump ha cominciato quindi a ringraziare uno per uno i suoi collaboratori, cercandoli a vista nel pubblico e ai lati del palco, facendo progressivamente scemare la solennità del momento. Ha quindi concluso baciando uno per uno i membri della sua famiglia.