C’è una storia che Bernie Sanders ha raccontato ai giornali qualche giorno fa. Era una domenica mattina, lo scorso maggio, e il senatore del Vermont era in macchina, diretto per un comizio all’American Indian Center di Minneapolis. Cinque giorni prima aveva annunciato la sua candidatura a presidente. La strada era intasata di traffico, si procedeva a rilento. “C’è un incidente?”, chiede Sanders, preoccupato di non arrivare in tempo all’appuntamento. “No, sono quelli qui per te”, gli risponde un suo assistente.

Sin dall’inizio della campagna, Bernie Sanders è stato capace di riempire stadi, arene, palestre e ogni tipo di sala che abbia utilizzato per i suoi meeting. Sono arrivati in migliaia, a Denver, a Madison, in città non particolarmente sensibili al messaggio progressista come Dallas e Houston. A Phoenix lo hanno accolto in più di 11 mila, in 28 mila a Portland. Ovunque, Sanders ha portato il suo messaggio di giustizia sociale, di critica dello strapotere di Wall Street e di una politica troppo asservita al potere del denaro. “Siamo un movimento che farà una rivoluzione”, ha scandito spesso, mentre la folla dei sostenitori cresceva e la proposta politica si precisava: aspettativa pagata, college statale gratuito, aumento dei minimi salariali, sanità universale sul modello europeo.

A questo punto, dopo l’Iowa, dopo il sostanziale pareggio con Hillary Clinton (la Clinton ha vinto per un esile 0,3 per cento), è ancora troppo presto per dire se Bernie Sanders e il suo movimento riusciranno davvero a scatenare quella “rivoluzione” di cui lui parla. È comunque un fatto che Sanders non è più l’outsider che era all’inizio; non è più il “senatore socialista del Vermont” che, a fine carriera (ha 74 anni) si toglie la soddisfazione di un ultimo urrà e sfida Hillary, la stella del firmamento democratico, in una gara comunque impossibile. No, a questo punto Bernie Sanders è qualcosa di più. Una possibile spina nel fianco della dirigenza democratica. O, magari, un’occasione per quegli stessi leader democratici.

Visto che la politica non dovrebbe avere a che fare con i soldi, ma che i soldi in politica contano, c’è un dato che conferma la “realtà” della candidatura Sanders: i tre milioni e mezzo in piccole donazioni, con una media di 27 dollari a persona, raccolti da Sanders in questi mesi. È un dato di cui il senatore va particolarmente fiero, che continua a citare nei suoi comizi, che ha sottolineato anche in una pubblicità elettorale acquistata il giorno prima del voto sui giornali locali dell’Iowa. in cui Sanders scriveva: “La verità è che non puoi cambiare un sistema corrotto accettando il suo denaro. La mia campagna è finanziata da milioni di piccole donazioni da parte di persone come voi, che vogliono reagire a questo stato di cose”. Il dato politico – il candidato contro Wall Street, il candidato che osa mettersi contro la lobby dei soldi – si sostanzia però in un dato organizzativo importante. Con i milioni raccolti in donazioni grandi e piccole, Sanders può continuare nella campagna: comprare spazi televisivi, aprire uffici, assumere collaboratori. Insomma, può continuare a essere rilevante.

Lunedì sera, al party elettorale di Sanders all’Holiday Inn di Des Moines, i presenti erano soprattutto lo zoccolo duro dei “sandersiani”: giovani universitari, professionals, professori universitari, in generale la borghesia bianca e progressista. Ascoltavano musica, ballavano. Quando è comparso Sanders, la prima cosa che ha detto è la frase più volte ripetuta: “La nostra è una rivoluzione”. Tra i presenti si potevano comunque incontrare reduci della guerra in Iraq, ex-sostenitori di Ron Paul e dei libertarians, gente che lavora nella finanza, tassisti ispanici e gente che ha saputo del party attraverso Grindr, la app di incontri gay; segno che il richiamo di Sanders si allarga ben oltre le frange più minoritarie del progressismo della East Coast, dove il senatore ha costruito la sua carriera politica.

C’è del resto un elemento che avvantaggia ulteriormente Bernie Sanders, ed è legato a Barack Obama. Sanders raccoglie molti dei delusi, in campo democratico, per gli otto anni della presidenza Obama. Con lui sono quelli che ritengono le riforme di Obama troppo timide, che contestano la sua riforma sanitaria non particolarmente coraggiosa, la sua politica estera comunque aggressiva, i suoi interventi sui diritti civili poco significativi. D’altra parte l’America, in questi otto anni di Barack Obama, si è comunque spostata a sinistra. Il presidente ha moltiplicato l’intervento federale in economia, dall’Obamacare al salvataggio delle banche e dell’industria automobilistica; è intervenuto per decreto su immigrazione e armi; ha accompagnato la legalizzazione dei matrimoni omosessuali; ha rilanciato la politica ambientale come una priorità. La strategia ha contribuito a orientare in senso più progressista l’intero partito democratico, che ora guarda a Sanders non più come al “socialista” esterno al discorso politico accettabile e riconosciuto. Ma che guarda al socialista Sanders come parte integrante del discorso democratico.

C’è poi, a favorire ulteriormente la sfida di Sanders, l’immagine di Hillary Clinton. Agli elettori democratici dell’Iowa, prima di entrare nel seggio, sono state poste alcune domande sui loro candidati. Soltanto il 10 per cento degli intervistati ha dichiarato di fidarsi dell’“onestà e trasparenza” della candidata. Sono stati troppi gli scandali che hanno perseguitato la Clinton negli ultimi mesi: Bengasi, la storia delle mail inviate dal suo account di posta elettronica privata quand’era segretario di stato. E poi ci sono le parcelle ricevute da Goldman Sachs e dalle altre grandi multinazionali cui Hillary ha offerto i suoi servigi. E ancora i finanziamenti raccolti dalla Clinton Foundation un po’ ovunque nel mondo – e spesso in posti non particolarmente raccomandabili.

È questo quadro che dà fiato, e speranza, alla campagna di Sanders. La Clinton resta ancora, senza dubbio, la favorita nella corsa democratica. È la candidata più ricca e organizzata. Quella che possiede la rete dei contatti giusti e una macchina rodata e capillare. Probabile che, passato il New Hampshire – il prossimo Stato dove si vota e dove Sanders è favorito – la ex First Lady possa godere di un percorso meno agitato negli Stati del Sud, dove è grande favorita. Dalla sua c’è anche un limite di Sanders, che per vincere dovrebbe allargare il suo consenso alla working-class bianca, alle minoranze che continuano a snobbarlo. Ma Sanders, in Iowa, ha comunque segnato un punto importante. Ha mostrato all’America che il “movimento” di cui continua a parlare esiste davvero. E ha mostrato al partito democratico che, se vuole comunque portare Hillary Clinton alle elezioni generali di novembre, non può farlo senza ascoltare le richieste e i sogni della “People for Bernie Sanders”.