Ricordate il Sessantotto, e il suo slogan più attrattivo, l’immaginazione al potere? Le repliche della storia allo slogan sono state beffarde, oltreché dure. Mao-Tsedong e Pol Pot, infatti, mandarono l’immaginazione al podere: altro che al potere. Cioè spedirono gli intellettuali a lavorare nei campi: ma questo non accelerò l’avvento del comunismo, anzi. Come aveva ben capito il nostro Antonio Gramsci, il potere non può fare a meno degli intellettuali per legittimarsi. Lo capirono così bene i liberisti della cosiddetta rivoluzione reaganiana (Hayek, Mises & C.) che i loro libri sono ancora liberamente scaricabili online, alla faccia dei diritti d’autore.

L’ultima dura replica della storia, la più beffarda di tutte, è però l’ascesa di Donald Trump al soglio presidenziale statunitense. Un magnate americano delle costruzioni che si trova, da un giorno all’altro, a essere l’uomo più potente della Terra, senza avere la più pallida idea dei problemi che dovrà affrontare, ha di fronte un’alternativa secca: o si mette nelle mani di chi ne sa più di lui – ma non è divertente – oppure lavora d’immaginazione.

Certo, sarà pur sempre l’immaginazione di un imprenditore edile. Pensate all’idea di costruire un muro anti-immigrati ai confini fra Usa e Messico e, per di più, di farlo pagare ai messicani. Ovviamente, nelle prime interviste l’idea si è un po’ ridimensionata. Un muro, insomma, una barriera divisoria. Ma un muro o una barriera divisoria? Un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. E poi, come imprenditore edile, io sono così bravo a tirar su muri… Ah, ecco.

Certo, se si pensa che uno così ha vinto grazie alle presunte rivelazioni dell’Fbi, rivelatesi poi puntualmente false, e che anche così ha preso duecentomila voti meno dell’algida Hillary, viene davvero da scendere in piazza, come hanno fatto i ragazzi americani.

“Non è il nostro presidente”, hanno scritto sui loro cartelli. Neppure il mio, a scanso di equivoci. Ma con Trump l’immaginazione è davvero arrivata al potere. Al punto da sospettare che noi tutti, gli americani in primis, siamo vittime di un enorme esperimento mediatico, una sorta di Truman show, così concepito. Trump ha diffuso volutamente, su di sé, l’immagine di un palazzinaro stupido, volgare e ignorante.

Ma è un trucco: in realtà, è un fine intellettuale. Non a caso tende a sposare modelle slovene e a fingere di non saper niente del vecchio continente: perché si è formato lì, sui testi post-sessantottini di Foucault e Derrida. Non a caso riscuote l’entusiasmo di fini intellettuali continentali come Slavoj Zizek e Paolo Becchi. Perché è dei loro, anzi dei nostri, ma questo ancora non l’ho capito bene.

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