La decisione di procedere all’arresto di vari deputati dell’Hdp (Partito democratico dei popoli), tra i quali il presidente del Partito, Salahttin Demirtas, rappresenta una nuova tappa dell’escalation del regime di Erdogan verso l’instaurazione di un totalitarismo conclamato in Turchia. I deputati sono accusati di contiguità con il partito kurdo Pkk, che conduce da oltre vent’anni la lotta, anche armata, contro il governo di Ankara. Eppure lo stesso Erdogan, qualche anno fa, avviò negoziati di pace con il massimo esponente del Pkk, il leader kurdo imprigionato Abdullah Ocalan il quale, con il suo messaggio pronunciato in occasione del Newroz del 2013, aveva spalancato le porte alla pace. Una pace, quella fra turchi e kurdi, più che mai necessaria alla Turchia e a tutta l’area medio-orientale.

Cos’è successo nel frattempo? Sono passati poco più di tre anni, ma Erdogan ha scelto la guerra, ravvisando in tale disastrosa evenienza la via migliore per consolidare il proprio potere dittatoriale. Per tale motivo ha svolto un’aggressione senza precedenti non solo contro le organizzazioni kurde ma contro tutte le organizzazioni democratiche esistenti in Turchia. Contemporaneamente ha appoggiato in modo spudorato le bande terroriste dell’Isis, che hanno usato l’Islam come paravento per instaurare un’occupazione militare genocida in vaste zone dell’Iraq e della Siria. Tale appoggio si è ulteriormente intensificato quando l’ISIS ha trovato la resistenza dei kurdi, simboleggiata dall’eroica città di Kobane, ed è stato infine costretto a battere in ritirata fino ai più recenti avvenimenti di Mosul. Approfittando dell’oscuro episodio del tentato golpe di luglio, che con ogni probabilità ha agevolato quando non addirittura programmato in prima persona, Erdogan ha compiuto ulteriori passi nella guerra interna ed esterna, invadendo la Siria e da ultimo anche l’Iraq.

Forte della distensione avvenuta con Putin, ma soprattutto, come sempre, dell’appoggio incondizionato della Nato, di cui la Turchia è da sempre un pilastro insostituibile, e dell’Unione europea, ricattata con la minaccia di provocare ondate di profughi nella sua direzione, Erdogan si è mosso spregiudicatamente nell’inferno mediorientale alimentato dalle politiche guerrafondaie dell’Occidente e dei suoi alleati, a partire dall’aggressione contro l’Iraq del 2003 e successivamente con l’intervento nel conflitto siriano.

La pace non conviene al sultano che per rafforzare il proprio potere dittatoriale ha bisogno della guerra e vuole con ogni evidenza alimentarla a tutti i costi. Di questo è divenuto ben consapevole all’indomani delle elezioni di giugno, quando proprio l’Hdp, infrangendo la soglia antidemocratica del 10% dei voti, ha fatto il suo ingresso nel Parlamento turco con una forte pattuglia di deputati, e sembrava in tal modo aver liquidato i suoi sogni di modificare la Costituzione per instaurare la sua incontrastata dittatura personale.

Ero a Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco, in quei giorni, e ricordo la gioia incontenibile di centinaia e centinaia di migliaia di persone che finalmente, grazie alla vittoria di Demirtas e del suo partito, facevano finalmente il loro ingresso nelle istituzioni turche. Il regime ha cominciato allora una politica di stampo apertamente terroristico, combinando gli attentati dinamitardi e l’aggressione militare e poliziesca contro gli oppositori. Del primo attentato terroristico, quello al comizio di chiusura dell’Hdp a Diyarbakir il 5 giugno 2015, sono stato testimone oculare.

E’ seguita una drammatica escalation, con nuovi attentati contro le forze che manifestavano a favore della pace e in appoggio ai Kurdi siriani, prima a Suruc e poi ad Ankara subito prima delle nuove elezioni di novembre, che hanno confermato nonostante tutto il successo dell’Hdp. Per battere quest’ultimo Erdogan tenta ora la strada dell’aperta repressione con l’arresto dei deputati cui era stata in precedenza tolta l’immunità parlamentare. Nel frattempo, il tentato golpe ha fornito al regime la scusa per procedere a una vasta epurazione della magistratura, degli avvocati (che sono in prima linea nella lotta contro la dittatura, come attestato dal comunicato emesso ieri dai giuristi democratici) delle forze dell’ordine, delle Forze Armate, degli insegnanti, dei giornalisti e di chiunque in qualche modo potesse intralciarne il cammino verso il fascismo. Le zone kurde sono oramai da molti mesi teatro di massacri e di crimini di ogni genere.

Il regime di Erdogan rappresenta oggi una minaccia per la pace e la democrazia non solo in Turchia ma in tutta l’area medio-orientale e mediterranea. Non bastano certo le timide proteste balbettate dai rappresentanti dell’Unione europea. Bisogna procedere all’immediato e totale isolamento del regime fino a quando le libertà democratiche non siano totalmente ripristinate in tutto il Paese. I fondi che l’Unione europea si appresta a dare alla Turchia per allestire i campi di concentramento per rifugiati e migranti provenienti dalla Siria vanno attribuiti ai Paesi europei mediterranei, fra i quali il nostro, che si trovano maggiormente esposti alle ondate di profughi.

Contemporaneamente vanno predisposte le condizioni per il ritorno alla pace in Siria e in Iraq, nella piena consapevolezza che anche da questo punto di vista il regime di Erdogan costituisce un ostacolo gravissimo, perché l’aspirante sultano sa che può prosperare solo se la guerra continua e si estende.