La questione del finanziamento a fondo perduto al regime turco affinché si occupi dei migranti costituisce uno degli indici più seri e preoccupanti dell’attuale crisi dell’Europa che, prima di essere economica, è politica, culturale e morale. Questo per vari motivi. Innanzitutto, perché in tal modo si punta a sostenere un governo, quello dell’ex aspirante Sultano Erdogan, che si caratterizza da tempo per gravissime violazioni dei diritti umani e crimini di guerra e contro l’umanità, specie ai danni della popolazione kurda. La spirale repressiva in cui tale governo si sta avvitando è davvero senza precedenti. Erdogan ha preso spunto dal recente tentativo di golpe, qualunque ne sia stata l’origine, per arrestare e licenziare decine di migliaia di funzionari pubblici, specie magistrati e insegnanti.

Il problema non è solo e non è tanto costituito dalla pena di morte, che l’Unione europea furbescamente paventa per far passare sotto silenzio le molte altre violazioni e gli omicidi extragiudiziali applicati ogni giorno da tempo specie nella zona kurda del Paese. Per non parlare del tema davvero scottante dell’appoggio ai terroristi recentemente rilanciato da un rapporto dei servizi segreti tedeschi, Bundesnachrichtendienst (Bnd), che parla della Turchia come hub del terrorismo islamico, anche se miscela indebitamente Isis, Hamas e Fratelli Musulmani. Il capo del Bnd era stato del resto silurato dalla Merkel per aver messo sotto accusa il ruolo dell’Arabia Saudita nella promozione dei conflitti medio-orientali.

In secondo luogo perché dà affidamento a un regime che, nonostante l’apparente plebiscitario appoggio di parte consistente della popolazione a Erdogan, appare oggi più fragile che mai. Basti pensare alle acrobazie dell’ex futuro Sultano in politica estera, laddove si destreggia fra Putin e la Nato, ma rischia di finire, come tutti gli equilibristi poco dotati e poco professionalà, per fare un capitombolo memorabile. Idem, per quanto riguarda i vari conflitti nei quali la Turchia si è invischiata, da quello interno contro i Kurdi che dura oramai da oltre trent’anni e potrà finire solo con una pace ragionevole e concordata che Erdogan non vuole. A quello siriano, che vede oggi un netto rovescio delle forze fondamentaliste, dall’Isis a Al Nousra, su cui Erdogan ha puntato per scalzare Assad.

In terzo luogo perché gli Europei che a quanto pare perdono il pelo ma non il vizio, si ostinano a riprodurre lo schemino che non ha funzionato con Gheddafi e altri, ovvero incaricare regimi autoritari della difesa delle frontiere dai migranti. Terrorizzati dall’afflusso di disperati in fuga per effetto delle loro politiche fallimentari e in vari casi criminali, gli Stati europei vorrebbero comprare la loro sicurezza alimentando i regimi che sono alla base della situazione che provoca la fuga dei rifugiati. Un bell’esempio di stupidità, non c’è che dire.

In quarto luogo e soprattutto perché, attanagliati da una paura irrazionale e minacciati dal boom delle forze xenofobe che a loro volta alimentano la paura e l’insicurezza della gente per trarne vantaggi di tipo elettorale, i governi europei non si rendono conto che quella delle migrazioni di massa può costituire un’occasione per il rilancio dell’economia e della società europea, purché sia gestita in termini adeguati. Investire in Europa e anzitutto negli Stati frontalieri, come Italia e Grecia, i soldi che altrimenti andrebbero dispersi verso la Turchia, può consentire di contare su risorse finanziarie ingenti. Si pensi a quanti insegnanti, oggi disoccupati o costretti a migrare a loro volta verso il Nord, potrebbero essere utilmente impiegati per la costruzione di una società interculturale che riesca a integrare i migranti, costruendo in tal modo ponti umani con le regioni di provenienza, che vanno risanate e pacificate per consentirne il ritorno.

Interessante al riguardo pare ad esempio la proposta formulata da Milena Gabanelli, che richiede un finanziamento di cinque miliardi dall’Europa. Soldi che, anziché essere dissipati finanziando un regime che viola i diritti umani e presenta prospettive quantomai incerte, potrebbero concorrere a creare occasioni di lavoro qualificato sul nostro territorio agevolando al tempo stesso accoglienza e integrazione delle persone che fuggono dalla guerra e dalla miseria. Riusciranno l’Italia e l’Europa a percorrere questa strada obbligata o preferiranno cedere ai ricatti e alle pressioni dei Salvini e degli Erdogan?