Non scrivo mai cose personali, stavolta è un’eccezione. Leggo e seguo la vicenda denunciata dal Corriere del signore morto in corsia nel carnaio del pronto soccorso del San Camillo di Roma, dopo 56 ore di attesa. Mi indigno come è giusto ma non mi sorprendo perché per molte famiglie, purtroppo, è un rito tristemente noto. Io stesso ne sono stato testimone, dieci anni fa e da allora associo un cartellino verde su un pollice a tutto ciò che è “ospedaliero”. E lo racconto alla mia comunità del Fatto perché sono storie che vale la pena condividere, perché prendano voce e non passino inosservate nel rullo della cronaca. La mia inizia così.

Ero un ragazzo, poco più. Uno studente come tanti. Una notte vado in bagno e  piscio sangue, letteralmente. Dopo qualche resistenza la mia compagna mi porta di forza nel pronto soccorso più vicino. E’ una clinica milanese arcinota per essere l’ospedale delle mamme, specializzato nella medicina neonatale e dove tante signore milanesi scelgono di partorire. C’è anche un piccolo presidio di pronto soccorso ed è lì che trovo rifugio. Ci resto un mese ed esco senza una diagnosi precisa perché i sintomi sono compatibili con Aids, malattie tropicale e altre cose strane che vengono via via escluse fino a un rimando generico a una visita ematologica da fare fuori di lì (che porterà anni dopo a una corretta diagnosi di leucemia mieloide, al trapianto etc).

Quei 30 giorni di ricovero sono lunghi. Nella mia stanzetta di pochi metri non sono solo. C’è un signore che parla in modo distinto, ed è li per accertamenti. Parla parla parla. Insieme condividiamo il mondo variegato dei servizi ospedalieri dove coabitano personale sensibile e il più sciatto e sbrigativo possibile. Ci danniamo e poi ridiamo del fatto che veniamo sbandati alle sei del mattino per trangugiare del tè e due fette biscottate senza alcun motivo, perché il servizio medico passerà solo due ore più tardi, salvo imprevisti. Poteva essere un bancario, non ricordo.  Ricordo che era in pena per la mia giovane età e per le parole che mi venivano dette e lui non poteva che sentire, essendo allettato a 80 cm da me. Il giorno dell’Aids non fece un plissé, il giorno della malattia tropicale a parlare di Tropici dove lui era stato e io no.

Una mattina come le altre mi sveglio e anziché la luce bianca che ci invadeva (guai mettere una tenda in ospedale) la stanza era colorata di verde. Una tenda separava i due letti. Che carini, penso io, avranno pensato a un modo per restituirci un minimo di privacy. Poi parlo e lui non risponde. Non parla più. Forse non c’è, penso, l’avranno portato a fare qualche esame. Poi guardo meglio e alla fine della tenda spunta un piede. Sull’alluce un cartellino. Sul cartellino l’ora del decesso. Era morto mentre dormivo. Nessuno che viene ad avvertire. Stacco la flebo e vado in corridoio dove mi investe un’ondata di rumori, da un mix di lamenti e parole allegre che arrivano dalle stanze delle mamme in vena di chiacchiere e in preda a dolori. Non c’è nessuno. Vagolo per trovare un camice bianco che mi dica cosa è successo. Nulla. Finalmente incrocio un infermiere che come prima cosa mi rassicura che il corpo sarà portato via al più presto (passeranno alcune ore), che non resterò solo a lungo nella stanza dove poco dopo verrà servita la colazione. Andò così. Una tazza di té con le fette biscottate. E l’alluce del mio coinquilino spirato che faceva capolino dalla cerata.

Ecco, leggendo la storia raccontata dal Corriere sono tornato proprio lì. E come allora mi chiedo perché accada. Certo, i tagli e il trattamento economico del personale ospedaliero degli ultimi 20 anni non aiutano la categoria a vivere al meglio il proprio ruolo che è anche un lavoro di accoglienza e cura della persona a prescindere dalla patologia o da quanto resterà. E deve esserlo anche quando non c’è più,  anche se la sera prima parlava di Tropici. Ora sono qui, a ricordare quel bancario che fu compagno dei miei tormenti da corsia e la sua morte in ospedale arrivata così, con un cartellino esposto al piede che sbuca da una cerata verde e cui è stata impiccata la dignità di un uomo.