Quella di Stefano Cucchi fu una “morte improvvisa ed inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti-epilettici”. E’ l’ipotesi “dotata di maggiore forza ed attendibilità” adottata dai periti incaricati dal gip di Roma dell’esame tecnico-scientifico per accertare la natura, l’entità e l’effettiva portata delle lesioni patite da Stefano Cucchi, morto a 32 anni il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini di Roma, una settimana dopo l’arresto per detenzione di droga. Questa nuova inchiesta coinvolge i 5 carabinieri che la sera dell’arresto ebbero in consegna Cucchi: sono indagati Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità, e Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini per falsa testimonianza. Nicolardi risponde anche di false informazioni al pm. I consulenti del giudice aggiungono che le lesioni “non possono essere considerate correlabili causalmente o concausalmente, direttamente o indirettamente anche in modo non esclusivo, con l’evento morte“.

L’atto istruttorio (che si compone di 250 pagine) è stato oggi depositato dal collegio nominato in sede d’incidente probatorio dal gip Elvira Tamburelli. E’ composto dai professori Francesco Introna (Istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari) e Franco Dammacco (Clinico medico emerito dell’Università di Bari), e dai dottori Cosma Andreula (neuroradiologo Anthea Hospital di Bari) e Vincenzo D’Angelo (neurochirurgo della Casa “Sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo).

Ma a rispondere, anche nel merito, è la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi che dice che, secondo la relazione dei medici, non solo la perizia riconosce le fratture, ma che l’epilessia è “priva di riscontri oggettivi“. “Il perito Introna – aggiunge la Cucchi – tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello”. Eppure, secondo la sorella di Stefano, “dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente ‘un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale’, che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte”.

I periti: “Ipotesi più attendibile, vera causa ignota”
Seppure i periti indicano l’epilessia come possibile causa prevalente sottolineano anche “di poter concludere che allo stato attuale non è possibile formulare alcuna causa di morte, stante la riscontrata carenza documentale”. “Tutte le cause prospettate in atti non trovano, a nostro avviso, pieno soddisfacimento per poter giustificare la morte del sig. Stefano Cucchi”, aggiungono i periti. Il prossimo 18 ottobre ci sarà l’udienza dell’incidente probatorio davanti al gip, nel corso della quale periti e consulenti si confronteranno in aula.

Benché, in base alla ricostruzione dei fatti, i dati raccolti “non consentono di formulare certezze sulla(e) causa(e) di morte”, per i periti guidati dal professor Introna, due sarebbero le ipotesi prospettabili: una riconducibile all’epilessia e l’altra alla frattura alla vertebra sacrale. La prima, per i periti più attendibile, “è rappresentata da una morte improvvisa ed inaspettata per epilessia” per la quale “la tossicodipendenza di vecchia data può aver svolto un ruolo causale favorente per le interferenze con gli stessi farmaci antiepilettici, alterandone l’efficacia e abbassando la soglia epilettogena”. E, “analogamente, concausa favorente può essere considerata la condizione di severa inanizione” che avrebbe avuto Cucchi. La seconda ipotesi “è correlata con la recente frattura traumatica di S4 associata a lesione delle radici posteriori del nervo sacrale“. Queste due ipotesi, per i periti sarebbero “entrambe possibili“, ma “la prima, a nostro avviso, dotata di maggiore forza ed attendibilità nei confronti della seconda”.

Ilaria Cucchi: “Ma periti dicono che epilessia priva di riscontri”
Secondo Ilaria Cucchi “il perito Introna tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello”. “Il perito Introna – continua la Cucchi – dice in buona sostanza che coloro che lo hanno violentemente pestato rompendogli la schiena in più punti non sono responsabili della sua morte per il fatto che il terribile globo vescicale che ha fermato il suo cuore non si sarebbe formato se non ci fosse stata la responsabilità degli infermieri“. Invece, aggiunge la sorella di Stefano, “gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore. Con una perizia così ora sappiamo che finalmente abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale. Con buona pace dei medici e degli infermieri che vengono continuamente assolti”.

Ma la Cucchi insiste mettendo in contraddizione le due ipotesi proposte dal collegio dei periti. Da una parte l’epilessia “che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce ‘priva di riscontri oggettivi”. Dall’altra parte “riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente ‘un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale‘, che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte”.

Il legale: “Chiederemo l’archiviazione”
Eugenio Pini
, avvocato di uno dei carabinieri indagati, ha annunciato che chiederà l’archiviazione. “Premesso l’estraneità del mio assistito e degli altri appartenenti all’Arma alle lesioni che Stefano Cucchi aveva e delle quali s’ignorano le cause, quanto da noi sostenuto in sede d’incidente probatorio è stato confortato e confermato alla perizia disposta dal gip”.

 

Il Coisp: “Non fu pestaggio, i familiari si scusino”
Secondo Franco Maccari, segretario generale del Coisp, un sindacato di polizia, tutto questo significa che “Cucchi non è morto per un presunto pestaggio” e questo conferma, dice Maccari, “la vergognosa montatura mediatico-giudiziaria che per anni è servita a gettare fango su tutte le forze dell’ordine”. Per questo “aspettiamo le scuse da parte di tutti coloro che – familiari, giornalisti, politici e quant’altro – che hanno sposato ad occhi chiusi la tesi dell’uccisione dell’uomo”.

Una richiesta alla quale si unisce anche Donato Capece, il segretario del Sappe: “Noi riteniamo, una volta di più, che tutti coloro che formularono, mediaticamente e politicamente, accuse false e affrettate contro appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria, senza peraltro avere alcuna prova che pure non poteva esserci, debbano farsi un serio esame di coscienza e avere la dignità di domandare scusa”.

Gli altri processi, dal funzionario ai medici (assolti)
E’ l’ennesimo capitolo giudiziario di una storia che – intrecciata al dibattito politico – ha innumerevoli e diversi rivoli. Uno ha vissuto un altro sviluppo proprio ieri, quando ieri il procuratore generale della Corte di Cassazione aveva proposto ricorso contro l’assoluzione di Claudio Marchiandi, funzionario del Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria che nel maggio scorso era stato assolto in appello. In primo grado il funzionario aveva chiesto di essere giudicato col rito abbreviato per difendersi dalle accuse di falso, favoreggiamento e abuso d’ufficio. La Procura gli contesta di avere concorso alla falsa rappresentazione delle reali condizioni di Cucchi per consentire il suo ricovero in ospedale, di avere abusato del suo ufficio redigendo personalmente in ospedale in orario extra-lavorativo la richiesta di disponibilità del posto letto e di avere aiutato gli agenti della Penitenziaria a eludere le investigazioni.

In primo grado Marchiandi fu condannato a due anni di reclusione in primo grado, e poi assolto in appello; successivamente, però, la Cassazione ritenne esistenti vizi in alcuni passaggi della sentenza assolutoria e dispose un nuovo processo che si concluse con la conferma dell’assoluzione. Adesso, la procura generale di Roma ha deciso per una nuova impugnativa. Dieci pagine di ricorso per sostenere la richiesta di annullamento della sentenza impugnata con rinvio a un’altra sezione della Corte d’appello.

Poi c’è il processo principale, quello ai 5 medici che ebbero in cura Cucchi. Sono stati tutti assolti in appello nel luglio scorso. I giudici anche in quel caso erano stati chiamati a rivalutare il caso dopo che lo avevano già rinviato una prima volta alla Corte d’appello.

La storia, dall’inchiesta al processo
Inizialmente la storia processuale vide l’iniziale iscrizione nel registro degli indagati di 12 persone: sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria. Le accuse andavano a vario titolo dall’abbandono d’incapace all’abuso d’ufficio, dal favoreggiamento al falso, fino alle lesioni e all’abuso di autorità. La tesi accusatoria fu che Cucchi era stato “pestato” nelle celle del tribunale, in ospedale erano state ignorate le sue richieste e addirittura era stato abbandonato e lasciato morire di fame e sete. Da lì si arrivò a un processo lungo e impegnativo, con decine di consulenze, una maxi-perizia, l’audizione di quasi 150 testimoni. E dopo due anni la sentenza: condanna solo dei medici, ma per omicidio colposo; assoluzione di infermieriagenti della penitenziaria. Il passaggio successivo fu il processo d’appello, con un’altra verità: medici tutti assolti “perché il fatto non sussiste” con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.

Ma la storia fu riaperta dalla Cassazione che decise di cancellare parzialmente quella sentenza, ritenendo non convincenti le motivazioni dell’assoluzione dei 5 medici. Da qui un nuovo processo d’appello, finito in estate appunto. E, come detto, anche in quel caso finì con tutti gli imputati mandati assolti.