Non bastavano i debiti e l’agguerrita concorrenza. A turbare l’atmosfera in casa Telecom Italia, ci si è messa anche Bruxelles. Fra cancellazione del roaming europeo entro giugno 2017 e wifi gratuito nelle grandi città del Vecchio continente entro il 2020, l’Unione sta mettendo a dura prova l’ex monopolista italiano, gravato da 27 miliardi di debiti. Finora l’azienda guidata da Flavio Cattaneo è riuscita a cavarsela grazie a una politica di tagli che dovrebbero permettere al gruppo di migliorare i conti nel terzo trimestre. I risultati si vedranno a breve (il 3 novembre), ma Cattaneo sa bene che “i traguardi non si raggiungono solo con i tagli”. Per questo è al lavoro su un piano industriale credibile da presentare al consiglio di amministrazione entro fine anno.

Intanto però lo scenario europeo e italiano si complica. La Commissione europea ha deciso di mettere fine al roaming all’interno dell’Unione. Da giugno 2017 i consumatori del Vecchio Continente dovrebbero infatti poter telefonare ovunque in Europa allo stesso prezzo pagato sul mercato nazionale. Addio quindi a sovrapprezzi giornalieri, offerte europee e a quant’altro finora pagato in più per le telefonate all’interno dell’Unione. E addio anche ai lauti ritorni finora intascati dalle compagnie telefoniche che, secondo la società di consulenza Deloitte, subiranno una flessione dei ricavi compresa fra il 5 e il 6% del fatturato. Inutile dire che la questione non piace affatto alle compagnie telefoniche, soprattutto agli ex monopolisti, che sono spesso sovradimensionati e sovraindebitati rispetto ai rivali nati in tempi più recenti. Non a caso a Bruxelles si sta studiando una soluzione che salvi capra e cavoli consentendo il roaming gratuito solo per un cospicuo numero di giorni. L’obiettivo è evitare che dal giorno successivo alla scomparsa del roaming, i cittadini dell’Unione si spostino sull’operatore più conveniente d’Europa indipendentemente dalla residenza. Il legislatore vuole insomma evitare una vera e propria debacle per gruppi di telecomunicazione, impegnati ad investire nelle nuove infrastrutture a banda ultralarga.

Il tema della connessione veloce è del resto un’altra spina nel fianco degli operatori di telefonia. A loro sono oggi richiesti pesanti investimenti per rinnovare le infrastrutture di rete, con un intervento pubblico limitato alle aree a scarsa redditività. La maggior parte degli operatori si è così concentrata sulle grandi città che assicurano maggiori ritorni degli investimenti. Tuttavia la Commissione europea ha decretato che proprio le grandi città del Vecchio continente dovranno offrire servizi di connessione veloce gratuita a partire dal 2020. Una decisione che da un alto favorisce i cittadini, ma dall’altro danneggia gli operatori riducendo i loro futuri introiti.

Se questa è la situazione sul fronte internazionale, su quello interno le cose per Telecom non vanno molto meglio. Ben presto, l’ex monopolista dovrà affrontare l’ingresso in scena di Xavier Niel, numero uno della francese Iliad, pronto a creare il quarto operatore di telefonia italiano acquistando gli asset che 3 e Wind dovranno dismettere dopo le nozze. Fra gli addetti ai lavori, Niel è ben noto perché in Francia ha messo nell’angolo l’ex monopolista Orange con un’aggressiva politica di prezzi stracciati. “E’ una compagnia low cost, mentre noi puntiamo alla qualità totale”, ha commentato Cattaneo nella conferenza stampa di presentazione delle nuove offerte Tim. Questione di punti di vista. Anche perché le low cost in tempi di crisi macinano profitti grazie a strutture snelle, mentre gli ex monopolisti sono affossati da una macchina pesante.

Inoltre, sulla fibra è partita l’offensiva dell’Enel che il governo Renzi ha molto sponsorizzato. Su indicazioni del ministero dello Sviluppo economico e del Garante delle comunicazioni, la società pubblica Infratel ha definito i primi bandi per ottenere i soldi pubblici da investire nelle cosiddette aree a fallimento di mercato. Ma Telecom non ha gradito i termini del bando ed è ricorsa al Tar denunciando una discriminazione nei suoi confronti. Con il risultato che l’intera operazione banda ultralarga potrebbe subire una battuta d’arresto, decretando il fallimento della strategia del governo Renzi sulla connettività.

Infine sullo sfondo restano gli equilibri dell’azionariato dell’ex monopolista. Vivendi, primo azionista di Telecom, giura che l’investimento nel capitale dell’ex monopolista è strategico. Ma chi conosce Vincent Bolloré sostiene che per lui nulla è strategico, ma tutto è funzionale alla sopravvivenza e allo sviluppo del centenario gruppo di famiglia. Al di là delle dichiarazioni formali, quindi, nulla esclude che gli assetti azionari di Telecom possano evolvere. Proprio ora che il raider bretone sta giocando anche una delicata partita con Mediaset, dopo aver abbandonato Premim sull’altare a pochi giorni dalle nozze. Il 30 settembre scadrà, infatti, il termine per chiudere l’accordo su Premium, siglato ad aprile e successivamente ripudiato da Vivendi. Con ogni probabilità i francesi dichiareranno decaduto il contratto che prevedeva anche uno scambio azionario fra Vivendi e Mediaset.

Ma per Cologno Monzese le cose stanno diversamente: nonostante la scadenza, l’accordo resta valido e, anzi, costituisce il presupposto per un maxirisarcimento. Non a caso, secondo fonti finanziarie, il consiglio di amministrazione del Biscione del 27 settembre ha dato mandato agli amministratori di intraprendere, “se necessario, nuove azioni per ottenere la massima tempestività”. Stando così le cose, per Bolloré e Vivendi si prospetta una dura battaglia legale nei tribunali italiani. Opzione che non piace ai vertici del gruppo francese, appena condannato a pagare 49,8 milioni di dollari dalla Corte d’appello americana per false informazioni al mercato diffuse agli inizi del 2000. Sullo sfondo resta naturalmente l’ipotesi di un nuovo accordo con Mediaset. Intesa che non dovrebbe lasciare indifferente Telecom Italia.