Dietro i numeri e le parole restano le storie: quelle di chi lunedì mattina, nonostante le lamentele, le proteste, ha dovuto avviare l’anno scolastico e garantire le lezioni agli studenti oppure quelle di quei docenti che al netto dello sfogo sui social network, della rabbia e delle conciliazioni, hanno dovuto rinunciare al posto di lavoro per non dividere la propria famiglia. La ministra Giannini, che 12 mesi fa aveva assicurato la messa a regime della riforma entro il 2016, ora dice: “Per il tagliando attendiamo il prossimo anno, ma possiamo dire di essere soddisfatti e naturalmente consapevoli di una macchina complessa che nell’arco delle prossime settimane, come ogni anno, andrà a pieno regime con tutti quei dettagli che come ogni anno chiedono organizzazione”. Intanto, però, in molte scuole italiane l’anno scolastico si è aperto con orari ridotti e accorpamenti delle classi. Ecco due storie che raccontano il problema della “chiamata diretta” dal punto di vista di una preside alle prese con buchi nell’organico (secondo lei questa soluzione non risolve i problemi). E poi quella di una professoressa madre di due figli che è stata mandata all’improvviso (e dopo anni di precariato) dall’altra parte d’Italia. Lei non può lasciare la famiglia e proprio a un passo dalla promessa stabilizzazione è costretta a mettere in un angolo il suo lavoro.

LA PRESIDE: “LA CHIAMATA DIRETTA NON MI HA RISOLTO I PROBLEMI DI ORGANICO” – Un viaggio nella realtà quotidiana, nella provincia, per toccare con mano le difficoltà di chi come Roberta Mozzi, dirigente dell’Itis “Torriani” di Cremona, ha dovuto fare i conti con l’inutilità della chiamata diretta: “Abbiamo iniziato con diverse cattedre scoperte e l’acqua alla gola. I risultati del nuovo metodo per le assunzioni dettato della Legge 107 sono questi: avevo scoperti due posti di filosofia, uno di matematica, uno di scienze, quattro di meccanica, due di laboratorio di informatica e uno di chimica. Di tutti questi sono riuscita solo a coprire, con la chiamata diretta, due posti. Per l’insegnamento di filosofia avevo dei curricula che non mi interessavano eppure mi hanno assegnato d’ufficio gli stessi che avevo scartato: erano gli unici a disposizione dell’ambito. Mi servivano persone che insegnassero filosofia della scienza mentre questi sono laureati in pedagogia. Non solo. Di queste due persone una viene da Palermo, da cinque anni lavora a Leno (Brescia). Aveva messo l’ambito di Cremona come quattordicesimo ma nonostante vi sia il posto a Leno è stata assegnata al “Torriani”. Ora farà domanda di assegnazione provvisoria; è facile che tornerà dove insegnava lo scorso anno e io avrò di nuovo un posto scoperto. L’altra cattedra è a scavalco tra due ambiti come non dovrebbe essere. Non basta. Sul sostegno è arrivato un docente da Teramo che giustamente ha chiesto l’assegnazione nella sua città. Il resto non mi è stato assegnato perché non c’erano risorse nell’ambito. Venerdì scorso alle 18 l’ufficio scolastico regionale ha pubblicato una nota in cui il ministero dovrebbe nominare in nomina dalle Gae e dal concorso (finalmente concluso) del personale sui posti scoperti dando a noi il compito di concludere tutte le operazioni entro mercoledì: in queste ore dovremmo rifare la nuova chiamata diretta in quattro giorni”. Una situazione delirante anche sul fronte Ata: “Siamo sotto organico da anni. Al ministero ragionano sul numero degli studenti e non sulla metratura della scuola. Hanno fatto passare i bidelli sull’amministrativo senza un solo corso di conversione. Un esempio: l’addetta al personale della mia segreteria ha cambiato sede e al suo posto è arrivato un tecnico che ha fatto il passaggio di qualifica. Peccato che fino allo scorso anno faceva la cuoca nel corso di cucina in un professionale. Mi mancano almeno cinque bidelli. Non parliamo del bonus di valorizzazione del docente: per ora non è arrivato un solo centesimo di euro”.

L’INSEGNANTE MANDATA DALL’ALTRA PARTE D’ITALIA: “RINUNCIO” – In qualche scuola, invece, lunedì mattina non si presentato il docente. E’ rimasto a casa, senza stipendio, senza lavoro, per garantire la serenità della famiglia. Un caso per tutti: quello di Roberta Russo, mamma docente di educazione musicale finita ufficialmente in Cadore da Viterbo. “Dopo 17 anni di precariato – racconta Roberta – svolto lavorando in giro per la mia provincia sono stata assunta in ruolo con la 107. Sono madre di due figli, un giovane adolescente e un bimbo di nove anni, moglie di un marito anch’egli in mobilità. Non sono più tanto giovane, ho 45 anni e ho già fatto delle scelte di vita che devo portare avanti per non destabilizzare la famiglia che ora è divisa grazie agli errori di un algoritmo che ha deciso le nostre vite”. La sera del 3 agosto, dopo giorni di attesa snervante, è arrivato l’esito della mobilità per Roberta: da Viterbo in Veneto, Cadore. “Una doccia fredda, se non fosse che mi sono resa conto – spiega la professoressa – che tutti i miei colleghi sono rimasti nella provincia. Dei 14 immessi in ambito Viterbo, ben nove di loro hanno un punteggio inferiore al mio. Mi sono rivolta immediatamente al sindacato e insieme abbiamo chiesto delucidazioni. Risultato: nessuno dei colleghi ha titoli preferenziali, è chiaramente stato un errore dell’algoritmo impazzito! Ho fatto immediatamente domanda di conciliazione, spiegando le mie valide motivazioni, ho atteso i minuti, le ore. Nel frattempo è arrivato il momento di prendere servizio e così sono dovuta partire il 31 agosto nella scuola assegnatami d’ufficio a Domegge di Cadore. Mentre ero in viaggio mi è arrivata la comunicazione dall’Usr del Lazio di presentarmi il giorno 1 settembre alle 15 per la conciliazione a Roma. Ma come? Alle 8 presa di servizio in Cadore e alle 15 dello stesso giorno conciliazione a Roma? Mi è stata data una proroga: entro il giorno 2 settembre a Roma. Ho fatto la presa di servizio e mi sono rimessa in viaggio in direzione della capitale. E’ arrivato il fatidico giorno della conciliazione. La funzionaria freddamente mi ha proposto Vicenza al posto di Domegge di Cadore. E’ stata una presa in giro, ho percorso 1500 km in due giorni per sentirmi dire che mi è stata assegnata una nuova sede di ufficio senza tenere conto del mio punteggio: prendere o lasciare! Sono scoppiata a piangere, non mi sono mai sentita così umiliata in vita mia. Tutto l’amore che avevo nell’insegnamento e la passione con cui l’ho svolto sono stati calpestati. Ora ho fatto ricorso al giudice del lavoro. Intanto ieri mattina mi sono messa in malattia; chiederò un anno di aspettativa non retribuita rinunciando allo stipendio: non posso lasciare i miei figli”.