Uno sfoggio di forza nel giorno delle celebrazioni della fondazione della Repubblica democratica popolare di Corea ad opera di Kim Il Sung. Le date contano e quella scelta dal regime nordcoreano per condurre il suo quinto test atomico è la 68esima festa nazionale, in un tripudio di orgoglio e sentimento patriottico.
“È la nostra risposta alle potenze ostili”, ha commentato in televisione la veterana delle presentatrici Ri Chun Hee. “Stiamo mandando loro un messaggio, se attaccati, contrattaccheremo”. Le parole della speaker della televisione di Stato rimarcano ancora una volta quella che da tempo è la posizione di Pyongyang: il test è stata la risposta alle sanzioni sempre più dire imposte dalla comunità internazionale.

“La Corea del Nord vuole essere riconosciuta come una potenza nucleare”, spiega a ilfattoquotidiano.it Rosella Ideo, coreanista ed esperta di relazioni internazionali dell’Asia Orientale, “i nordcoreani ripetono di aver diritto all’autodifesa e mettono in chiaro che il programma nucleare non sarà abbandonato e continuerà”.
L’esplosione che alle 2.30 ora italiana ha provocato un terremoto di magnitudo 5.3 è soltanto l’ultima di una serie di provocazioni iniziate con il test atomico dello scorso gennaio e con la pretesa di possedere la tecnologia per la bomba H.

Gli ultimi nove mesi sono stati segnati da continui lanci di missili. Il più recente lunedì 5 settembre, in contemporanea con il discorso di chiusura del G20 ospitato dalla Cina e a stretto giro dal faccia a faccia nel quale il capo di Stato cinese, Xi Jinping, ha riaffermato alla presidentessa sudcoreana Park Geun-hye la propria opposizione al dispiegamento in Corea del Sud del sistema anti-missilistico Thaad, ufficialmente per fare da scudo contro possibili attacchi di Kim e dei suoi generali, ma in realtà percepito da Pechino come una minaccia.

Tant’è che mentre a Seul è in corso una conferenza sulla sicurezza, i cinesi hanno scelto di disertare l’appuntamento e non inviare alcun loro rappresentante.
Il quinto test atomico mette in difficoltà la dirigenza comunista cinese. “La Cina continuerà a sostenere le sanzioni, dimostrandosi un attore internazionale responsabile”, ha aggiunto Ideo, “ma allo stesso tempo non lascerà completamente i nordcoreani. La vera grande partita si gioca con gli Stati Uniti e sull’influenza nella regione asiatica che entrambe rivendicano. Nella penisola coreana Pechino teme il ricomporsi di un blocco che rimanda alla guerra fredda e che vede sul versante a lei contrario gli Usa assieme ai sudcoreani e ai giapponesi. Allo stesso tempo intende evitare il collasso della Corea del Nord, per tutti i problemi che porterebbe con sé”.

Intanto il regime continua a mostrare i muscoli. Dallo scorso marzo, ossia dal varo delle nuove sanzioni, i lanci sono stati 17; 33 da quando il terzo Kim è al potere, contro i 16 missili lanciati da Kim Jong Il nei 18 anni alla guida del regime. Le ragioni di tale attivismo vanno cercate nel comunicato letto da Ri. Il regime assicura infatti di non voler abbandonare la politica del byungjin, ossia del doppio binario di sviluppo militare ed economico. Gli ultimi dati diffusi dalla Banca centrale sudcoreana (si parla di stime e non di numeri ufficiali) ipotizzano che il Paese abbia chiuso il 2015 in recessione dopo tre anni di crescita bassa, ma continua. Dalla salita al potere a dicembre de 2011, Kim Jong Un ha puntato molto sull’impegno di garantire benessere ai cittadini.

Le cifre dell’ultimo anno sembrano però indicare che qualcosa non va nel verso sperato dal giovane dittatore. Perciò il rilancio del binario militare, i cui traguardi sono frutto della politica del padre, assieme alla glorificazione dei presunti successi del Paese in campo tecnologico (enfatizzati anche dalla costruzione nella capitale di un quartiere riservato agli scienziati). I missili testati lo scorso lunedì ad esempio sarebbero di nuova fattura, forse una versione aggiornata dello Scud. Mentre negli ultimi anni l’attenzione era stata tutta per lo Hwasong 10 e lo Hwasong 7 a medio raggio e da poco sul test, effettuato con successo lo scorso 23 agosto, di un missile lanciato da un sottomarino.

Come spiegato alla Bbc dal professor Robert Kelly, esperto di relazioni internazionali dell’università di Pusan: “Sappiamo da molto che i nordcoreani hanno armi nucleare. Ora le testano con regolarità per provarcelo. Tutto ciò è stato escogitato per far sapere al resto del mondo che non intendono andare verso al denuclearizzazione”.

di Andrea Pira