Troppo presto per parlare di fallimento. Ci sono, è vero, “posizioni divergenti su questioni importanti”, ma “è giusto continuare a negoziare”. Il portavoce ufficiale del governo tedesco, Steffen Seibert, ha smentito lunedì che le trattative sul trattato di libero scambio tra Ue e Ue (Ttip) siano al capolinea come affermato domenica da Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia e vice di Angela Merkel. I colloqui “non sono falliti”, ha puntualizzato Seibert. Gioco delle parti o posizioni differenti all’interno del governo della maggiore potenza economica della Ue? Più che altro, diversi indizi fanno pensare che – come spiegato dallo stesso Seibert – “nessuno voglia ammettere veramente” un fallimento prefigurato, a luglio, anche dal ministro dello Sviluppo italiano Carlo Calenda, pur grande sostenitore del Ttip. Non lo vuole Berlino, non lo vuole Washington e sicuramente non lo vuole Bruxelles, da dove il portavoce della commissione Ue Margaritis Schinas ha fatto eco a Seibert spiegando alla stampa che, anzi, le trattative sono entrate “in una fase cruciale”.

“Stiamo ancora negoziando, nella massima trasparenza. Abbiamo un mandato unanime dei Paesi membri. Stiamo lavorando con buona volontà, e lo fanno gli Stati Uniti come i Paesi europei”, ha proseguito Schinas, senza commentare, nel merito, il fatto che in 14 round di colloqui le parti non hanno trovato un’intesa su un solo capitolo dei 27 sul tavolo. “Purché le condizioni siano quelle giuste, la Commissione è pronta a chiudere l’accordo entro la fine dell’anno”, anche se non a prezzo di “sacrificare gli standard di sicurezza, salute, sociali e di protezione dei dati o la diversità culturale” europei. Il punto è proprio questo: Seibert ha dichiarato falliti i negoziati che avrebbero dovuto chiudersi entro fine anno prima della fine del mandato di Barack Obama alla Casa Bianca con la motivazione che “gli europei non possono accettare passivamente le richieste americane”.

Secondo il ministro tedesco, insomma, è ormai chiaro che gli Stati Uniti non hanno intenzione di fare alcuna concessione alla Ue in materia di servizi e appalti pubblici. Sul primo fronte ‘Unione non vuole accettare la completa liberalizzazione del mercato richiesta da Washington, sul secondo non vuol cedere al cosiddetto “buy American“, una norma in vigore in diversi Stati Usa che impone l’utilizzo di materie prime americane per la realizzazione di opere pubbliche. Tagliando fuori, evidentemente, le imprese europee.

A complicare le trattative c’è la forte opposizione di una parte dell’opinione pubblica europea secondo cui il Ttip mette a rischio sicurezza alimentare e tutela dell’ambiente, come emerso anche dai documenti riservati diffusi a maggio da Greenpeace. A questo si aggiunge il fatto che entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono – con diverse sfumature – contrari all’accordo. Donald Trump, il candidato repubblicano, ha platealmente dichiarato guerra agli accordi di libero scambio sull’onda della promessa di tornare protezionismo per “rendere l’America di nuovo grande”, lo slogan della sua campagna. Dal canto suo la sfidante democratica Hillary Clinton, che da segretario di Stato ha sempre appoggiato i trattati commerciali, per non perdere terreno e attirare l’elettorato dell’ex sfidante alle primarie Bernie Sanders ha assunto posizioni molto più caute.

Quanto invece alle critiche sulla segretezza che ha ammantato le trattative tra le due sponde dell’Atlantico, il tema è stato solo in parte superato con l’apertura presso il ministero dello Sviluppo di una “sala lettura in cui i  parlamentari, per poche ore al giorno, possono consultare alcuni (non tutti) dei documenti in discussione.

Per ora, comunque, i negoziati non possono ufficialmente dirsi falliti. Come ricordato da Schinas, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker all’ultimo vertice Ue di fine giugno ha ricevuto la conferma del mandato a negoziare da parte di tutti i 28 stati membri e a margine del Consiglio informale commercio che si terrà il 29 settembre a Bratislava la commissaria Ue Cecilia Malmstroem farà il punto della situazione con il negoziatore statunitense Michael Froman