Più tasse ai ricchi e maggiori controlli su Wall Street, paletti rigidi per le bancheinvestimenti pubblici per dare impulso al Pil e copertura sanitaria da estendere a nuove fasce di popolazione. È la ricetta economica per gli Usa di Hillary Clinton. “Il mio primo obiettivo, come presidente, sarà la creazione di più opportunità e più lavoro con salari più alti, qui negli Stati Uniti”, ha detto dal palco dell’ultima convention di Philadelphia che l’ha incoronata ufficialmente quale candidata democratica alla Casa Bianca per le elezioni del prossimo novembre. Il competitor repubblicano, Donald Trump, non offre un “vero cambiamento” ma “promesse vuote”, ha aggiunto l’ex segretario di Stato.

Eppure i sondaggi delle ultime settimane indicano concordi che l’elettorato, per quanto riguarda il campo economico, ha maggiore fiducia in Trump, pur in difficoltà nei sondaggi sull’esito della corsa finale. L’ultima rilevazione, condotta tra il 31 luglio e il 2 agosto, è stata diffusa da Fox News e vede il candidato repubblicano 5 punti avanti sia per quanto riguarda l’economia sia per la gestione del deficit federale. Lo stesso divario è stato registrato dal Pew Research Institute che, in un’indagine dello scorso giugno, ha accertato che il 48% dei cittadini americani ritiene Trump in grado di fare un lavoro migliore per sviluppare l’economia, contro il 43% che ha indicato la Clinton. Per la Cnn il vantaggio del magnate, sempre per quanto concerne la fiducia in campo economico, era addirittura di 8 punti. Un divario che diventava di 32 punti tra i votanti bianchi non laureati, uno dei gruppi sociali in cui Hillary ha perso più terreno rispetto alle elezioni presidenziali del 2012, che hanno confermato Barack Obama alla presidenza. Nonostante ciò, appunto, tutte le indagini danno Hillary Clinton complessivamente vittoriosa nella corsa finale.

Morale: la Trumponomics, fatta di pochi slogan dalla dubbia realizzabilità (meno tasse per tutti, rinegoziazione del debito), è riuscita finora a solleticare maggiormente la pancia degli americani. Un approccio molto diverso da quello di Hillary, il cui programma economico, a dispetto della volontà di rassicurare l’elettorato e in particolare la classe media, appare molto complesso. “I miei piani economici sono dettagliati e variegati perché penso che stiamo affrontando problemi complessi che richiedono soluzioni serie”, ha detto Hillary. Che da due anni a questa parte si è circondata di una mole impressionante di economisti nelle vesti di advisor. Spiccano il premio Nobel Joseph Stiglitz, i due economisti di Princeton Alan Krueger e Alan Blinder, Jared Bernstein, già assistente dell’attuale vicepresidente Joe Biden, e l’ultimo arrivato Jacob Leibenluft, consigliere di lungo corso di Obama per la politica economica. Molte delle promesse sono evidentemente di estrazione liberal: aumento delle tasse, tra il 5 e il 10%, per i redditi milionari, espansione del “Patient Protection and Affordable Care Act”, la riforma sanitaria voluta da Barack Obama, e anche conosciuta come Obamacare, spesa pubblica a sostegno della formazione, delle piccole imprese e del rinnovo delle infrastrutture.

Non aiuta la Clinton il sostegno del cosiddetto “club dei miliardari”

Ma Hillary, già definita dal New York Times come “Mrs. Triangulation”, la signora della triangolazione, ha anche fatto sue alcune proposte di Bernie Sanders, il suo sfidante alle primarie che aveva fatto breccia nell’elettorato più giovane. La triangolazione, di cui già Bill Clinton era stato un convinto esponente, è una tecnica politica che prevede la costruzione di una posizione terza rispetto ai tradizionali schieramenti per intercettare elettori che potrebbero orientarsi altrove. E così Hillary non solo ha seguito Sanders nel progetto di incrementare il salario minimo, che potrebbe essere fissato almeno a 10 dollari all’ora contro i 7,25 dollari attuali. Ma nelle ultime settimane si è anche espressa a favore della reintroduzione del Glass-Steagall Act, la legge bancaria che prevedeva la separazione tra l’attività bancaria tradizionale (depositi e prestiti, per esempio) e quella di banca d’investimento (compravendita di titoli e bond), abrogata nel 1999 proprio da Bill Clinton. Una proposta avanzata prima da Sanders, che ne aveva fatto un totem della propria campagna, e poi supportata anche da Donald Trump. Più difficile per la candidata dem, invece, cavalcare l’onda di scetticismo e proteste per i trattati commerciali internazionali. Oggi Hillary si schiera contro il Tpp, il patto di libero commercio del Pacifico, di cui era stata sostenitrice nel ruolo di segretario di Stato. Mentre resta a favore del Nafta, il trattato nordamericano, e non si oppone ufficialmente al Ttip, il trattato in corso di negoziazione con l’Unione Europea.

Le posizioni ondivaghe non aiutano la credibilità della sua campagna, così come potrebbero rivelarsi un boomerang le frequenti manifestazioni di sostegno di quello che è stato definito il “club dei miliardari”. A favore di Hillary, il candidato dell’establishment che allo stesso tempo prova a essere la paladina di quel 99% identificato pochi anni fa da Stiglitz e dal movimento Occupy, si è schierata una lunga lista di figure facoltose, che cresce giorno dopo giorno e vede presenti anche personalità da sempre sostenitrici del partito repubblicano. Warren Buffett, il quarto uomo più ricco della pianeta, il finanziere George Soros, il fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post Jeff Bezos, il presidente e amministratore delegato di Hewlett-Packard Meg Whitman, che ha accostato Trump a Hitler e Mussolini, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, il direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg e l’imprenditore e proprietario dei Dallas Mavericks Mark Cuban sono solo alcuni dei nomi più in vista. Hillary ha difeso le donazioni ricevute da Wall Street con il suo impegno post 11 settembre per New York e Manhattan.