Nel bel mezzo della vicenda agostana il lungo feuilleton dei Cinquestelle vede la definitiva consacrazione dei due personaggi che potrebbero/dovrebbero incarnare la coppia protagonista dei capitoli futuri: D’Artagnan Di Battista e Richelieu Di Maio.

Il primo battagliero e tendenzialmente scavezzacollo, l’altro riflessivo e intuibilmente disincantato. Comunque alleati, vuoi perché l’ambiente esterno, carico di minacce e cosparso di un numero crescente di trappole, impone di marciare guardandosi reciprocamente le spalle; vuoi anche perché il ferreo controllo dei registi apparentemente occulti del Movimento – tra Sant’Ilario e Milano – non sembra poi così disponibile a sgombrare il terreno e favorire l’ascesa di potenziali ricambi. Insomma, i pericoli e le imboscate possono giungere non soltanto dagli intrighi di Milady Boschi e dei suoi scherani…

Una partnership – dunque – destinata a durare, ma che, sul medio periodo, lascia prefigurare evoluzioni pentastellari profondamente diverse. A seconda di chi si imporrà alla fine come traghettatore nella Terza Repubblica, trasformando definitivamente l’indignazione in soggetto politico. Come è avvenuto in Spagna con l’identificazione di larga pare del movimento 15-M (gli indignados di Puerta del Sol) in Podemos; come non è avvenuto negli Stati Uniti, nel fallito aggancio tra Bernie Sanders e OWS (l’Occupy Wall Street di Zuccotti Park).

Dico questo senza prospettare lotte fratricide che possono benissimo non esserci, ma registrando che il moschettiere Alessandro e il cardinale Luigi presentano caratteristiche, prima ancora che storie, diametralmente opposte. Che impongono il ripristino di categorie distintive che solo il semplificazionismo tattico di certa consulenza (milanese, dunque  ispirata a un pragmatismo naif) e il luogocomunismo di neofiti pretenderebbero di negare. E sì, cari i miei presunti ecumenisti della politica, la distinzione tra Destra e Sinistra. La cui scomparsa presunta dipende esclusivamente da un’involuzione delle persone, non dall’evaporazione delle idee. Ossia, l’opportunismo carrieristico del personale di partito collocato a sinistra, contagiato dall’affarismo e spinto dal carrierismo a fare tutt’uno con l’apparente controparte; dando vita a quella che i giornalisti Stella e Rizzo chiamano “la Casta”. La cosa è ben diversa riferita ai valori, visto che c’è una bella differenza tra lo stare dalla parte degli outsiders o degli insiders, battersi per l’inclusione o per la tutela dei privilegi. Il tutto riconducibile a un rapporto centrale: quello di subalternità oppure di critica nei confronti del Potere.

Il D’Artagnan cinquestelle ha chiarissime stigmate di sinistra, tanto che legge ostentatamente i diari del Che, molto spesso tradisce una sorta di terzomondismo pro dannati della terra alla Franz Fanon, manifesta pulsioni di anticapitalismo ecologico alla Serge Latouche, non di rado nel suo dire ritornano tracce dell’ultimo Enrico Berlinguer della questione morale. Potremmo definirlo – per ora – un cattocomunista, destinato con gli anni a stabilizzarsi nel radicalismo democratico. Come si definiva Ernesto Rossi, da “democratico ribelle”.

Il Richelieu Luigi veleggia verso altri lidi, marcati dalle compatibilità e popolati da distinti professori della Luiss e simpatici lobbysti con cui coltivare una versione edulcorata di populismo, che non disturba gli intimi equilibri del potere ma che corrisponde agli umori legge&ordine di un ceto medio in sindrome d’abbandono. Quella base elettorale in cui – magari senza dichiararlo – si riconoscono tanto Grillo come Casaleggio. Cui Di Maio può rivolgersi con una crescente efficacia proprio perché i toni caciarosi gli sono estranei.

Prima o poi sapremo la fine della storia, magari sperando di non dover attendere i fatidici “vent’anni dopo” alla Dumas. Credo che la questione, ad oggi rimossa, di come atteggiarsi nei confronti degli immigrati potrebbe accelerare la divaricazione.