Al ministero dell’Istruzione si offendono se lo chiami “esodo”. Fabrizio Rondolino che con ogni probabilità non è mai emigrato per un posto di lavoro ha preso letteralmente per i fondelli le migliaia di docenti costretti a lasciare i figli per una cattedra al Nord. Il sottosegretario Davide Faraone, palermitano che dovrebbe ben conoscere il dramma di chi lascia la Sicilia non certo per un posto da parlamentare, ma per 1100 -1300 euro al mese, si è affrettato nei giorni scorsi con un post sulla sua pagina Facebook a “fare un po’ di chiarezza” sulla mobilità di maestri e professori: secondo i dati del sottosegretario che fa un bilancio tra “rientri” e “esiliati”, per quanto riguarda la scuola primaria, in Sicilia torneranno 1.100 docenti ma ne partiranno 800; in Puglia 600 riabbracceranno i parenti ma 550 dovranno far le valige per il Nord; in Campania la differenza tra gli uni e gli altri è solo di 200 persone e in Calabria 540 tornano a casa a fronte di 400 che emigrano. Una vittoria? Una sconfitta?

Di là della sterile e inutile polemica di un Rondolino (#Rondolinochi?) che ha usato come termine di paragone la tragedia dei migranti per vergognarsi di chi chiama deportazione quella dei docenti; di là dei bilanci fatti da Faraone, delle polemiche sull’algoritmo, di quelle sulla chiamata diretta e sulla gestione degli ambiti, mi sarei aspettato una riflessione in più: perché in Italia vi sono ancora così tanti docenti costretti a partire, ad andare a 1200 chilometri lontano da casa per poter svolgere il loro lavoro? Una risposta l’ha data uno che di scuola se ne intende sul serio, Andrea Gavosto, direttore della Fondazione “Giovanni Agnelli” sulle pagine di “La Repubblica”: la questione demografica. La popolazione scolastica aumenta al Nord mentre al Sud è in costante diminuzione. Il direttore aggiunge: “L’emigrazione degli insegnanti nei prossimi anni resterà un fenomeno largamente inevitabile”.

E qui mi permetto di dissentire con l’amico Gavosto: l’esodo o l’esilio dei docenti potrà essere fermato quando avremo a che fare con un governo che ritorna a mettere in primo piano la questione istruzione al Sud. Finora il ministero ha fatto il gioco delle tre carte con la riforma della 107 al posto di fare un serio investimento. Proviamo a guardare qualche dato. Il tempo pieno al Sud ancora non esiste: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone). In Molise le percentuali di classi con il tempo pieno sono il 7,6%; in Sicilia l’8,1%; in Campania l’11,2% mentre in Lombardia, Toscana e Lazio si supera il 40% (dati “Atlante dell’infanzia”, Save The Children)

Altra questione: i bambini sotto i tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia sono inesistenti al Sud. In Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%. La situazione migliora in Sicilia dove si arriva al 5,5% ma sempre distanti dal 21,8% della Toscana, del 26,8% dell’Emilia Romagna. Senza parlare dell’abbandono scolastico che nonostante gli sforzi degli ultimi anni lascia ancora il Sud, in particolare Sicilia e Calabria, in uno stato di emergenza. A chi pontifica in questi giorni dalla poltrona di un Palazzo o da quella di una redazione basterebbe fare un giro in un quartiere come quello di Danisinni a Palermo per capire: “Qui quelli che arrivano alle superiori si contano sulle dita di una mano”, mi racconta fra Mauro, parroco del quartiere.

E’ chiaro che di fronte a questi dati abbiamo bisogno di invertire la tendenza, di un serio investimento nel tempo pieno, nei nidi, nella lotta alla dispersione scolastica che si fa solo con più risorse umane. Chi governa sa bene che tra qualche settimana chi è costretto ad abbandonare la propria terra si metterà il cuore in pace, accetterà questa situazione, userà strategicamente qualche giorno di malattia per restare con i propri cari quando li potrà raggiungere. Le polemiche passeranno come ogni anno ma la questione resterà aperta. Nessuno finora si è deciso a curare questo cancro prima che sia troppo tardi.