Avevano già deliberato di investire 500 milioni delle pensioni dei professionisti nel fondo Atlante 2. Lo avevano fatto a scatola chiusa, incuranti delle proteste degli iscritti, con l’obiettivo preciso di portare a casa non tanto un guadagno, quanto piuttosto l’interessante piattino apparecchiato dal governo: la trasformazione delle Casse previdenziali in enti privati di interesse pubblico, che significa in poche parole non essere più soggetti alla spending review, al rispetto del codice degli appalti e agli obblighi di trasparenza. Come contorno, poi, il governo prometteva anche una maggiore autonomia gestionale. Così il 25 luglio l’Associazione degli enti previdenziali privati (Adepp) presieduta da Alberto Oliveti (che è anche presidente dell’Enpam, la Cassa dei medici) ha approvato l’investimento in Atlante 2 ammantandolo di un nobilissimo intento: “Dare sostegno al sistema Paese nel quale i professionisti operano”.

E’ passata giusto una settimana e Oliveti fa già dietrofront. Cos’è accaduto? A una settimana dalla delibera i ministeri che avrebbero dovuto confezionare il pacchetto normativo tanto caro a Oliveti non si sono più fatti sentire, mentre l’accordo firmato da Atlante con MontePaschi prevede l’acquisto dell’intero pacchetto di non performing loans a un prezzo pari al 33% del loro valore lordo. “Non vogliamo fare i falchi, ma neanche i tordi – ha sbottato Oliveti in un’intervista a Reuters –  I miei tecnici mi dicono che al 33% non c’è possibilità di redditività. Come Casse previdenziali abbiamo quasi 80 miliardi, che però non sono risparmi, ma i contributi obbligatori per la pensione. Dobbiamo avere una legittima e ragionevole aspettativa di redditività”.

Il giochetto del presidente Adepp-Enpam è abbastanza scoperto: non dice che le Casse si rimangeranno la delibera, ma adesso che si avvicina il momento di mettere i soldi, vuole vedere il cammello. E alza anche la posta, usando come leva la redditività (nulla) dell’investimento promesso. Per guadagnarci qualcosa, infatti, basterebbe equiparare l’aliquota che grava sui rendimenti degli investimenti delle Casse (attualmente al 26%) a quella dei fondi pensione (20%). Una logica, questa, che scarica sulla collettività l’onere di remunerare un investimento non remunerativo e che la dice lunga sui reali obiettivi di Oliveti e di chi ha votato con lui quella delibera. Il problema dell’investimento nei non performing loans di Siena non è tanto o solo il rendimento, quanto piuttosto la rischiosità stessa della mossa, che mal si concilia a degli enti che devono erogare le pensioni agli iscritti. Non a caso, già diverse Casse hanno deliberato di non investire in Atlante 2 e diverse altre, anche a fronte delle crescenti proteste degli iscritti (soprattutto i più giovani), sembrano orientate a lasciar perdere.

Ad Atlante 2 rischia dunque di venir meno un volano importante, visto che 1,6 miliardi degli 1,7 in cassa sono già stati impegnati per l’acquisto della tranche mezzanina degli npl di Siena. Dalla Cassa depositi e prestiti dovrebbe arrivare un’ulteriore quota di un centinaio di milioni, il Tesoro sta valutando se impiegare in tutto o in parte i fondi della Sga, la società utilizzata a suo tempo per il salvataggio del Banco di Napoli, ma è difficile che le banche italiane – già con il fiato corto e sotto pressione – possano impiegare altre risorse oltre a quelle messe a suo tempo in Atlante 1. Qualcosa arriverà senz’altro dalle assicurazioni e forse anche da qualche banca d’affari, ma difficilmente si arriverà a una dotazione significativa. Del resto, se il salvataggio di MontePaschi – per ora ancora solo sulla carta – ha avuto un’accoglienza tiepida a Piazza Affari è difficile immaginare che il funding del veicolo deciso a investire a prezzi fuori mercato (il 33% contro il 20% pagato dai fondi) sui non performing loans di Siena possa invece riscuotere un grande successo. Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane e, soprattutto, quanti altri soldi pubblici verranno investiti nel fondo pseudo-privato gestito da Quaestio sgr.