“Non consentiremo che neanche un euro del patrimonio della nostra Cassa sia distratto dallo scopo cui è destinato”, cioè “erogare assistenza e previdenza adeguata ai dottori commercialisti“. E’ quanto si legge in una lettera aperta che l’Adc (Associazione dottori commercialisti) ha inviato al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in relazione alle “notizie secondo le quali il Governo avrebbe chiesto alle Casse di previdenza dei professionisti di contribuire al Fondo salva banche Atlante” e alla “approvazione, ieri, da parte dell’Adepp, l’Associazione degli Enti pensionistici, di “una delibera che sostiene l’intervento”.

Le Casse, rivendica la missiva, “non sono mucche da mungere”, eppure “la sensazione è che si pensi che i loro patrimoni siano dei gioiellini del sistema previdenziale italiano, in cui sia custodito un tesoretto, cui attingere in caso di bisogno, come fatto sino ad ora con la tassazione dei rendimenti degli investimenti, spending review e balzelli vari. Dimenticando, volutamente, che le Casse autonome dei professionisti sono state istituite e successivamente privatizzate per poter garantire un futuro previdenziale, senza oneri a carico dello Stato e della collettività, a tutti i professionisti che obbligatoriamente vi contribuiscono versando una parte del loro reddito ed alimentando così un patrimonio che, incrementato dai rendimenti, deve garantire adeguate prestazioni previdenziali nel momento in cui verrà meno il reddito della professione”.

Per questo motivo “il patrimonio complessivo di 70 miliardi di euro non costituisce un valore da aggredire, anche se per il bene del Paese, ma un patrimonio da conservare e far fruttare per adempiere puntualmente al debito che le casse hanno maturato e matureranno nei confronti dei professionisti, derivante dall’obbligo che gli enti previdenziali hanno assunto per erogare corrispondenti prestazioni assistenziali e previdenziali”. Se le Casse Previdenziali, è il ragionamento, “dovessero inserire nel passivo dei propri bilanci tale debito “latente”, pari al valore attuale delle pensioni da erogare sia ai pensionati in corso che a quelli futuri, si vedrebbe che il valore patrimoniale è assolutamente tutto impegnato per gli obiettivi di stabilità a lungo termine secondo le stime attuariali dei rispettivi bilanci tecnici. Le Casse di Previdenza private dei professionisti sono enti di diritto privato che si sono assunti l’onere di soddisfare un diritto costituzionale che è quello della pensione e lo fanno “senza oneri per lo Stato” a differenza di quanto accade per la gestione dell’Inps, dovrebbero quindi essere aiutate a svolgere al meglio tale funzione e poter erogare pensioni più adeguate a quello che ora sono in grado di fare”.

Cosa diversa, rivendicano ancora i commercialisti, “è valutare, in piena autonomia, la possibilità di indirizzare gli investimenti delle Casse Previdenziali Private anche nell’economia reale“. Tanto più che il Fondo Atlante “ha come scopo il “salvataggio” di Istituti di credito in crisi e, al di là delle opportune valutazioni degli specifici strumenti di investimento, non si può pensare che questi “prodotti”, che teoricamente si portano dietro interessanti rendimenti e molto realisticamente non pochi rischi, vengano imposti (di fatto si tratta di tentativi di moral suasion) ad Enti che innanzi tutto devono limitare i rischi perché in primo luogo è il capitale che va conservato”.

Perciò, l’Adc “invita il Governo, gli organi delle Casse, e in particolare il Consiglio di amministrazione e l’Assemblea dei delegati della Cassa dei dottori commercialisti (Cnpadc)” a “non perdere di vista che l’unico scopo sostanziale e di legge degli Enti è garantire il futuro previdenziale ed assistenziale dei professionisti”, che “non può esser messo in pericolo in alcun modo, tanto meno per fungere da stampella ad operazioni di salvataggio di pezzi del sistema bancario italiano, la cui soluzione deve essere trovata con strumenti suoi propri“.