Il file era chiamato, eloquentemente, “Cencelli.xls”. Un documento excel scambiato in alcune mail tra due indagati dell’inchiesta sull’erogazione di contributi pubblici della Camera di Commercio di Napoli per progetti ed eventi fasulli, sciatti, improbabili o dai costi gonfiati ad arte. Tra cui un curioso tentativo di far riconoscere la “Zeppola di San Giuseppe” come prodotto tipico napoletano. Il file “Cencelli” riproduceva un prospetto dei finanziamenti divisi secondo il peso elettorale delle singole categorie presenti in Camera di Commercio. La prova, secondo gli inquirenti, che i soldi provenienti da uno dei palazzi del potere economico di Napoli venivano erogati secondo logiche “spartitorie”. E non secondo l’utilità dei progetti e degli eventi ammessi a contributo e la loro effettiva ricaduta sul tessuto socio-produttivo locale.

Gli uomini della Guardia di Finanza di Napoli hanno eseguito tre misure cautelari per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Sono finiti agli arresti domiciliari il presidente nazionale di Unimpresa, Paolo Longobardi, il figlio Vincenzo Longobardi, componente della Giunta della Camera di Commercio, e il presidente dell’area metropolitana di Unimpresa Raffaele Ottaviano. La Procura di Napoli – aggiunto Alfonso D’Avino, pm Giancarlo Novelli e Valter Brunetti – aveva chiesto otto arresti e l’interdizione di un funzionario della Camera di Commercio, che secondo l’accusa si sarebbe in pratica ‘autoattribuito’ un finanziamento di 50.000 euro a un’associazione a lui riconducibile. Come da legge, il gip dovrà valutare questa richiesta solo dopo l’interrogatorio dell’indagato.

Ma sono briciole, queste, rispetto ai 1.400.000 euro che Longobardi e il suo gruppo di sodali e familiari sarebbe riuscito a spillare alla Camera di Commercio – e che la Finanza sta provando a recuperare attraverso un decreto di sequestro per equivalente notificato a sette indagati – grazie a 61 progetti finanziati inserendosi tra le pieghe di collusioni, procedure farraginose, assenza di controlli, conflitti di interesse, personaggi compiacenti di una gestione dove amicizie e clientele pesavano di più della qualità del progetto elaborato. Le indagini condotte dai finanzieri guidati dal colonnello Giovanni Salerno hanno fatto emergere storture e anomalie da codice penale.

Una governance all’acqua di rose. Dove controllori e controllati spesso coincidevano. Era il caso di Unimpresa, creata dall’intuizione di un imprenditore di Castellammare di Stabia, Paolo Longobardi, e da lui presieduta sin dalla nascita. Un’associazione con sede a Napoli, che avrebbe una struttura ramificata in ambito nazionale e rappresenterebbe 122.000 piccole e medie imprese. In realtà è molto forte nell’area stabiese e napoletana. E stabiesi erano le associazioni, le onlus e i comitati che beneficiavano delle iniziative messe in campo da Unimpresa e foraggiate dalla Camera di Commercio.

“Tutte riferibili o controllate dalla famiglia Longobardi” sostengono gli inquirenti. Nel 2010 Unimpresa, alla vigilia delle elezioni del consiglio camerale della Camera di Commercio, autocertifica 9.600 imprese residenti nella provincia di Napoli. In realtà all’Inps, dove si dovrebbero trattenere le quote relative, ne risultano solo 800. Ma è sul dato delle 9600 aziende che Unimpresa riesce a esprimere due esponenti nel consiglio e uno in giunta camerale: Vincenzo Longobardi, figlio di Paolo. In seguito il padre presenta i progetti. Il figlio partecipa alle sedute dove vengono approvati. E finanziati. E forse nessuno in Camera di Commercio – all’epoca presieduta da Maurizio Maddaloni (non indagato), oggi commissariata – controlla fino in fondo.

Altrimenti qualche funzionario o membro di commissione sarebbe arrivato prima della Finanza ad accorgersi che le fatture portate a rendiconto erano finte, che i pagamenti dei professionisti coinvolti erano in realtà fittizi – chiamati a deporre, alcuni hanno detto di non aver lavorato o di aver lavorato senza riuscire a essere retribuiti – che alcune iniziative erano palesemente fasulle – il progetto “la crisi economica” del 2010 e 2011 riportava in entrambi i casi lo stesso dato macroeconomico sul Pil nazionale, insomma erano identici e inattendibili – che i locali utilizzati e fittati si trovavano presso aziende di proprietà dei Longobardi (Safin Spa, Centro Servizi snc) e che sempre in tema di inopportunità e conflitti d’interesse, la Camera di Commercio ha finanziato due volte lo stesso volume sul settore vitivinicolo degli Stati Uniti: la prima volta a Unimpresa di Paolo Longobardi, la seconda all’autrice del libro, Anna Longobardi: la figlia di Paolo, la sorella di Vincenzo.

Unimpresa era solita accludere la rassegna stampa delle iniziative svolte. Lodevole. Ma in un caso, relativo a un seminario sugli “acconciatori”, gli investigatori hanno trovato nel rendiconto la copia di un articolo de “Il Denaro”. Ma era un falso, realizzato con lo scanner. Quel pezzo non era mai uscito.