L’incubo di ogni primo ministro si è nuovamente avverato. E questa volta, commentano gli analisti politici, il premier britannico conservatore, David Cameron, se l’è proprio cercata. Con il risultato di un referendum (già di per sé un unicum nella storia delle relazioni internazionali), Cameron dopo solo due ore dall’annuncio della vittoria dei favorevoli alla Brexit ha detto che a ottobre si dimetterà. “Prima traghetterò il Regno Unito in questi mesi difficili”, ha detto il leader dei Tory, promettendo di “tenere il timone bello saldo”. Ma di certo la parabola discendente dell’ex studente modello del college di Eton, e poi pupillo dell’ex premier John Major, è assai significativa di un fatto innegabile: a Londra, chi sbaglia paga. Soprattutto chi scommette forte come ha fatto Cameron, che ha indetto il referendum in funzione anti-Farage, si è presentato al banco dell’Unione europea per contrattare agevolazioni per il Regno Unito facendo leva sullo spauracchio del “Leave” (atteggiamento simile a quello avuto con Edimburgo nella partita del referendum scozzese), e alla fine ha perso la sua puntata. Rischiando di scatenare l’effetto valanga in tutta Europa.

I suoi pronostici si sono rivelati tutti sballati. E l’annuncio delle dimissioni è l’ammissione della sconfitta politica sul referendum. Una consultazione nata nel 2014, quando il 22 maggio di quell’anno l’Ukip di Nigel Farage stravinse nel Regno Unito alle elezioni europee, assicurandosi 24 eurodeputati a Bruxelles per poi entrare nello stesso gruppo del Movimento 5 Stelle. Allora Cameron, primo ministro, ebbe paura. La paura di vedersi soppiantato da un nascente leader, Farage appunto, che alle europee aveva convinto quasi il 33% degli elettori. Contro il poco più del 26% del suo partito: la formazione di Margaret Thatcher e degli anni ‘d’oro’ dei conservatori, di quando la ‘Lady di ferro’ costringeva i minatori alle barricate, vincendo quasi sempre, e i ferrovieri agli scioperi infiniti, trionfando allo stesso modo. Cameron non poteva rovinare un’eredità così importante ed ecco così l’idea, oggi rivelatasi perdente, di indire un referendum “per dare voce ai britannici”.

Chiaramente, sottolineano analisti e commentatori, dietro c’era anche una lotta interna al partito, spinto da forze contrastanti. I conservatori più duri del resto non hanno mai perdonato a Cameron di aver fatto avanzare il paese sul fronte dei diritti civili: matrimonio gay in testa. E non gli hanno mai perdonato quel suo essere troppo elitario, troppo attento ai club di gentlemen con sedi nei lussuosi edifici fra Buckingham Palace e Trafalgar Square. La pancia del partito ha sempre reclamato vendetta, una vendetta per un partito troppo annacquato, per i troppi patti dello stesso partito con l’opposizione laburista e ora, è emerso dalle urne, una vendetta anche per quell’Unione europea che non è mai andata giù agli inglesi (soprattutto a loro, gli scozzesi come si è visto la pensano diversamente). Un popolo che ancora dice, per scherzo ma anche seriamente, “Oggi c’è la nebbia, il continente è isolato”.

Poi, nel 2014, ci fu anche un altro ‘intoppo’ per Cameron, il referendum per l’indipendenza della Scozia, poi perso dai separatisti dello Scottish National Party. Quella volta al premier andò bene, forse a Edimburgo e dintorni aveva vinto la paura per un futuro che l’establishment e i media dipingevano come molto, troppo incerto. Ma ora, ironia della sorte, a Brexit messa in agenda (ci vorranno due anni in base all’articolo 50 del Trattato di Lisbona prima di un vero e proprio divorzio), la stessa Scozia ha subito affermato che intende procedere a un secondo referendum, con la motivazione questa volta che non vuole uscire dall’Unione europea. Alex Salmond, allora ‘first minister’ scozzese e leader dell’Snp e ora parlamentare a Westminster, a risultato sulla Brexit reso noto ha subito detto che Edimburgo vorrà procedere a una seconda consultazione. E questa volta il regno di sua maestà la regina Elisabetta II potrebbe veramente sfasciarsi all’altezza del Vallo di Adriano.

In seguito sarebbero arrivati altri scandali, dalle copertine dei tabloid sul Piggate (un presunto aneddoto di gioventù secondo il quale il futuro primo ministro infilò il proprio membro in bocca a un maiale morto), alle polemiche sui Panama Papers, i file segreti sulle società nei paradisi fiscali, una delle quali era in mano a suo padre, Ian Cameron. Però negli ultimi mesi, dopo quello scandalo di aprile, la retorica di Cameron figlio era andata forte come su un’autostrada. Il fronte del ‘Remain’ era per lui indistruttibile, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, e per rafforzarlo Cameron e i suoi compagni di avventura avevano scatenato le peggiori previsioni sul futuro del Regno Unito. I britannici, a quanto pare, non lo hanno ascoltato. Costringendolo a dover annunciare una frase che, appunto, nessun primo ministro vorrebbe mai dire in vita sua: “Mi dimetterò”. E Boris Johnson, sindaco di Londra fino a un mese e mezzo fa e leader dei pro-Brexit, è lì che aspetta di entrare a Downing Street e di occupare la poltrona da premier.