La buona notizia è che l’aumento di capitale da un miliardo di euro del Banco Popolare è andato in porto senza problemi, spianando la strada alla fusione con Bpm e alla creazione del terzo gruppo bancario italiano. L’operazione si è chiusa ieri con adesioni pari al 99,4%. I soci storici del Banco, tra cui le Fondazioni, hanno partecipato alla ricapitalizzazione sottoscrivendo circa il 35% dell’offerta e la parte restante è stata coperta dal mercato: un esito positivo e nient’affatto scontato in un momento di mercato così difficile per le banche italiane e per lo stesso gruppo veronese appesantito da un’enorme massa di crediti in sofferenza che dovranno essere ceduti a tappe forzate per rispettare i diktat della Bce per la fusione con Milano. Comprensibile dunque la soddisfazione dell’amministratore delegato del Banco, Pier Francesco Saviotti, che ieri si è detto “particolarmente felice perché abbiamo ottenuto questo risultato in un contesto di mercato molto difficile, con una grande partecipazione del retail e senza l’intervento delle banche garanti Mediobanca e BofA Merril Lynch, a cui va il mio ringraziamento”.

Di tutt’altro tenore, l’operazione parallela condotta da Veneto Banca: il 22 giugno si è chiusa la parte riservata ai soci. I dati ufficiali verranno resi noti con ogni probabilità nella serata di giovedì, ma l’aria che tira a Montebelluna sembra confermare che i “grandi azionisti” protagonisti del ribaltone all’ultima assemblea abbiano definitivamente gettato la spugna e che in gran parte non abbiano partecipato all’aumento di capitale. E poiché pare del tutto improbabile che gli investitori istituzionali decidano di sottoscrivere, l’esito dell’operazione non potrà che ricalcare le orme del flop della Popolare di Vicenza: il fondo Atlante – che mercoledì ha ricevuto il via libera dalla Bce – coprirà integralmente l’aumento di capitale, raggiungendo molto probabilmente una quota vicina o superiore al 99% e, per assenza di flottante, non sarà possibile quotare in Borsa Veneto Banca che intanto pare sempre più in crisi sul fronte della liquidità (nei giorni scorsi è stato comunicato che l’indicatore Lcr è sceso nuovamente sotto i minimi regolamentari).

Dunque l’intervento di Atlante mette in sicurezza l’istituto scongiurando l’apertura di una procedura di risoluzione e i suoi devastanti contraccolpi sistemici. Il fatto che Atlante stia per diventare azionista unico delle due ex popolari venete rende più probabile la strada dell’integrazione tra le due, anche se in realtà le controindicazioni sono molte e prima di decidere il da farsi passeranno sicuramente dei mesi. Oltre alle forti sovrapposizioni territoriali tra i due istituti, vi è la questione di non poco conto delle sofferenze che in entrambi i casi superano il 20% dei crediti complessivi e che presentano anche qui diverse sovrapposizioni e intrecci tra i debitori delle due banche: una matassa non semplice da districare.

Inoltre, sia a Vicenza sia a Montebelluna, proseguono i deflussi di capitali e di clientela, l’immagine è fortemente compromessa e difficilmente riscattabile: cosa si guadagna a mettere insieme due debolezze? La risposta potrebbe essere “tempo”. Atlante non ha le spalle larghissime e, avendo investito circa il 50% della sua dotazione nelle due banche venete, potrebbe essere chiamato a sua volta a riaprire le sottoscrizioni specie se fosse costretto a tenere in portafoglio a lungo queste partecipazioni. Vi sono difficoltà a concludere la cessione delle quattro banche salvate a novembre (Banca Marche, Etruria, CariFerrara, CariChieti), nonostante i loro bilanci siano stati ripuliti dalle sofferenze, la loro base di sportelli sia ben localizzata su territori economicamente molto vitali e le loro dimensioni ridotte. Figurarsi vendere due banche delle dimensioni di Vicenza e Veneto Banca, con i loro problemi, i loro conti disastrati, le cause risarcitorie per centinaia di milioni e le inchieste penali. Tanta clientela buona, tante aziende se ne sono andate, la concorrenza sta riempiendo gli spazi lasciati vuoti.

Anche per questo i numeri dei piani industriali “stand alone” delle due banche venete paiono fantascienza pura. Posto che i margini del settore bancario sono sempre più risicati, l’idea di ristrutturare e rilanciare due banche traballanti ha tutta l’aria di essere una sorta di mission impossible. Ecco perché probabilmente è ancora in auge l’idea di integrare tra loro le due banche venete, ottenere un gruppo di dimensioni più ridotte ma capace di generare valore e possibilmente risultare al termine del processo appetibile per una realtà più grande. Accanto a questa ipotesi ne stanno facendo strada altre, ma prima di tutto occorrerà capire nel concreto nei mesi prossimi come andranno i conti. E’ anche, se non soprattutto, da quelli che dipenderanno le scelte future di Atlante.