L’aumento di capitale di Veneto Banca, stando alle prime indiscrezioni, rischia di essere la fotocopia di quello della Popolare di Vicenza: scarso interesse da parte degli investitori istituzionali in fase di pre-marketing, impossibilità di fissare una vera e propria forchetta di prezzo, collocamento delle azioni a pochi centesimi di euro, necessità di un massiccio intervento da parte del fondo Atlante per garantire il buon fine dell’operazione. A fare la differenza, però, potrebbero essere i soci storici dell’istituto di Montebelluna che – dopo essere intervenuti in assemblea determinando un ribaltone ai vertici e nel consiglio d’amministrazione della banca – sembrerebbero intenzionati a sottoscrivere pro quota l’aumento.

Se così fosse, un 10-12% del capitale farebbe capo ai piccoli azionisti: una quota che può fare una grossa differenza, perché sommata al 5% circa che Mediobanca ha annunciato di voler sottoscrivere e a qualche eventuale acquisto da parte di altri investitori, porterebbe il flottante complessivo oltre il 15%. Un livello senz’altro inferiore al limite regolamentare del 25%, ma forse sufficiente per ottenere da Borsa Italiana una deroga e permettere a Veneto Banca di quotarsi a Piazza Affari.

E’ su questo che si gioca il reale successo dell’operazione: l’ingresso in Borsa, seppur a prezzi da “penny stock”, può favorire per molte vie il rilancio della banca rendendola al contempo più trasparente e più appetibile in vista di un’aggregazione in tempi brevi. In questi giorni sia Ubi, sia Bper (Banca popolare dell’Emilia-Romagna) hanno smentito le insistenti indiscrezioni circa un loro interesse per l’istituto veneto e circa un possibile ingresso nell’azionariato di Montebelluna attraverso l’aumento di capitale. Com’è abbastanza logico, una possibile operazione verrà valutata solo a bocce ferme, ad aumento di capitale concluso, e sarebbe favorita dall’eventuale (e auspicabile) quotazione di Veneto Banca, perché le azioni dell’istituto avrebbero finalmente un prezzo di mercato.

Le maggiori probabilità di quotazione e la possibilità di un’aggregazione a breve-medio termine con un gruppo bancario complementare (è da circa un anno che Veneto Banca dialoga con possibili partner) potrebbero tradursi anche in un interessamento da parte degli hedge fund e di investitori istituzionali che, come Mediobanca, non partecipano ad Atlante. Tutto ciò renderebbe inoltre meno oneroso l’intervento del fondo a garanzia del successo dell’operazione, intervento che con ogni probabilità si renderà comunque necessario.

Per i piccoli azionisti che non sottoscriveranno l’aumento di capitale, che la banca sia quotata o meno farà poca differenza perché si ritroveranno sostanzialmente azzerati. Per i soci storici che hanno invece deciso di partecipare e che esprimono il presidente e la grande maggioranza del nuovo consiglio d’amministrazione, il successo dell’operazione è fondamentale per consolidare la propria posizione e poter avere voce in capitolo in una spa i cui equilibri stanno per cambiare drasticamente, con il fondo Atlante che a fine aumento potrebbe trovarsi con almeno l’80% del capitale.

Ma è ancora presto per parlare di questo. Lunedì 30 si riunirà il consiglio d’amministrazione di Veneto Banca per deliberare in merito al prezzo e alla tempistica dell’aumento di capitale. Secondo le prime indiscrezioni, il prezzo minimo verrà fissato a 0,10 euro, che corrisponde a una valorizzazione della banca di 12,2 milioni di euro contro i 4,9 miliardi del 2012, quando il prezzo era stato artificiosamente fissato a 40,25 euro dalla sciagurata gestione di Vincenzo Consoli. Gli 88mila soci di Veneto Banca hanno dunque perso il 99,75% dell’investimento. Sempre secondo indiscrezioni provenienti dal consorzio di collocamento, l’aumento di capitale da 1 miliardo di euro partirà il 6 giugno per concludersi il 20. L’eventuale ammissione a quotazione sarebbe prevista per il 28 giugno.