Millecentoquattordici pagine di prospetto informativo: basta questo numero per far capire, se ce ne fosse ancora bisogno, le gravi difficoltà in cui versa Veneto Banca e quanto poco le sue azioni siano adatte ai portafogli dei piccoli risparmiatori. E da oggi, con la partenza dell’aumento di capitale da 1 miliardo di euro, si inizierà a vedere in concreto quanto gli azionisti di “peso” della banca, quelli che hanno determinato il ribaltone all’ultima assemblea per la nomina del cda, siano davvero disposti a metterci, rischiando magari del loro. Una valutazione, quest’ultima, che non dipende solo dalle prospettive incerte dell’istituto e dai miliardi di euro già bruciati, ma anche da almeno altre due considerazioni.

La prima, distillata direttamente dalla velenosa lettera agli azionisti diffusa alla vigilia dell’assemblea, riguarda l’effettiva disponibilità finanziaria di molti di questi soci che – stando alle risultanze  – sono fortemente esposti nei confronti della stessa Veneto Banca. Su 520 milioni di esposizione complessiva, 393 milioni sono rappresentati da crediti che presentano anomalie e, di questi, ben 262 milioni sono classificati come crediti deteriorati a livello di gruppo. Dati questi che si riferiscono a coloro che hanno presentato la lista dei soci per il cda, lista che ha poi ottenuto la maggioranza in assemblea. Per quanto riguarda invece gli aderenti all’associazione “Per Veneto Banca”, l’esposizione è di 958 milioni a livello consolidato, di cui 730 milioni sono classificati come “crediti problematici, inclusi crediti deteriorati per 382 milioni”.

Al di là delle motivazioni più o meno nobili che possono animare alcuni di questi soci, viene da chiedersi – dato anche il livello dei loro crediti deteriorati – quanti capitali freschi potranno versare nelle casse dell’istituto di Montebelluna. Sicuramente non più del 50%, come ha sottolineato martedì Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanPaolo. E questa è una fortuna, perché qualora le adesioni all’aumento di capitale dovessero superare il 50% ma non coprire l’intero fabbisogno da 1 miliardo di euro, per la banca sarebbero guai molto grossi: Atlante, infatti, ha subordinato il suo intervento al raggiungimento di almeno il 50,1% del capitale post-aumento e – come scritto nel prospetto – si tratta di una condizione non rinunciabile. Un insuccesso dell’operazione porterebbe dunque Veneto Banca dritta alla risoluzione, posto che l’istituto non sarebbe in grado di riportare i requisiti patrimoniali al di sopra dei minimi regolamentari e posto che la situazione della liquidità è estremamente critica: “A fine maggio 2016 – si legge nel prospetto – la banca ha dovuto affrontare nuovi significativi deflussi di liquidità che hanno portato l’indicatore di liquidità ad un livello inferiore rispetto ai minimi regolamentari. L’emittente ritiene che tale indicatore possa ritornare al di sopra del limite regolamentare solo a esito dell’aumento di capitale”.

La seconda considerazione su cui stanno ragionando i soci riguarda l’analisi costi-benefici di un simile investimento: se non partecipano all’aumento non conteranno più nulla, ma se partecipano e, addirittura, provano a rilanciare puntando al 20-25% che capacità di influenza avranno sulle scelte dell’istituto? Dopo l’aumento di capitale verrà certamente riconvocata l’assemblea e nominato un nuovo board nel quale con ogni probabilità gli attuali soci – che oggi esprimono la maggioranza del cda – potranno ottenere uno, al massimo due rappresentanti. E’ un risultato che può essere giudicato sufficiente? Vista così probabilmente no, ma è la prospettiva che è falsata: raggiungere il 20-25% del capitale significa quasi certamente raggiungere l’obiettivo della quotazione che è molto importante per il rilancio dell’istituto e per ampliare il ventaglio delle opzioni in vista di un’indispensabile integrazione con un altro istituto.

L’onere del raggiungimento dell’obiettivo dello sbarco a Piazza Affari è integralmente nelle mani dei vecchi azionisti di Veneto Banca e il riuscire a centrarlo darebbe loro molta più voce in capitolo sulle scelte future dell’istituto rispetto a quanto lascerebbero presumere i loro numeri in un futuro cda. Certo, Atlante e la sua decisione di subordinare la partecipazione all’operazione al raggiungimento della quota di controllo induce a pensare che il fondo spingerà per un’integrazione con la Popolare di Vicenza, ma la direzione diverrebbe quasi obbligata se Veneto Banca non riuscisse ad approdare in Borsa e Atlante dovesse farsi carico pressoché integralmente dell’aumento di capitale.

Quanto ad Atlante, vi è da dire che sta interpretando il suo ruolo con una certa arroganza, al punto di non aver nemmeno chiesto preventivamente alla Consob l’esenzione dall’obbligo di opa in caso di acquisizione della maggioranza di Veneto Banca. Lo si rileva dal prospetto in cui si legge che “pur non avendo richiesto e non essendo stato espresso un parere da parte della Consob sul punto”, l’intervento del fondo “non comporterà, a proprio avviso, la promozione di un’offerta pubblica d’acquisto” perché sostanzialmente “vale” il precedente della Popolare di Vicenza.

Dal prospetto non emergono sostanziali novità sui rischi: da quello sui contenziosi per i quali sono stati accantonati a fondo rischi solo 64,7 milioni senza peraltro avvalersi di un parere indipendente (come invece richiesto dalla Bce) alle sanzioni, dal mancato raggiungimento degli obiettivi del piano industriale (basato su presupposti palesemente irrealistici) ai danni reputazionali, dall’esito delle nuove ispezioni al peggioramento dello scenario economico, eccetera.

Colpiscono invece i numerosi affidamenti plurimilionari a esponenti del gruppo, ex esponenti, loro familiari e aziende, le condizioni alle quali molti di questi sono stati erogati e la quantità di crediti deteriorati. Colpisce anche la zavorra “Bim”, da anni in perdita (e in vendita) e nei confronti della quale la capogruppo Veneto banca è sistematicamente intervenuta a coprire il cosiddetto “gap di liquidità”. Come mostra il prospetto, nel 2013 la posizione finanziaria netta di Bim verso il sistema bancario era negativa per oltre 451,5 milioni di euro. Di questi, l’esposizione verso Veneto Banca era di 439 milioni ed è andata via via peggiorando fino ad arrivare a 468 milioni al 31 dicembre 2015 a fronte di un’esposizione complessiva verso il sistema bancario negativa per 494 milioni.

E da Bim rischia di arrivare un’altra tegola per effetto dei Panama Papers, grazie alla controllata Bim Suisse: “Ad aprile 2016 il portafoglio di Bim Suisse contava 19 rapporti di conto attivi accesi a 18 clienti residenti a Panama, di cui 5 collegati allo studio Fonseca (studio legale coinvolto nella vicenda dei Panama Papers)” per un patrimonio complessivo di circa 7,8 milioni di franchi svizzeri, ma si tratta solo di una prima ricognizione e non si esclude che “possano emergere ulteriori significative posizioni che potrebbero comportare conseguenze negative sulla reputazione del gruppo”.

Da questa prima ricognizione, comunque, risulta che i flussi finanziari riconducibili a questi soggetti (residenti a Panama) ammontano complessivamente a 32,8 milioni, di cui 13 milioni non si sa che direzione abbiano preso. Per quanto riguarda i rapporti di conto estinti, Bim Suisse aveva aperto 242 rapporti con soggetti panamensi che hanno generato flussi complessivi per 261 milioni di euro, di cui 14,8 milioni verso Paesi in black list. Dalla vendita del gruppo Bim entro il 2016, Veneto Banca otterrebbe un impatto positivo sui coefficienti patrimoniali nell’ordine dello 0,46% per quanto riguarda il Cet1, ma nel caso in cui la cessione non si perfezioni nei tempi previsti i requisiti patrimoniali post aumento di capitale sono stimati comunque al di sopra dei minimi regolamentari per fine dicembre. In corso c’è un’asta competitiva, ma le speranze di riuscire a chiudere non sono moltissime.