La fame “non è un dato naturale, né frutto di un destino cieco di fronte al quale non possiamo fare nulla”. Papa Francesco è tornato a parlare di uno dei temi a lui più cari, quello della fame nel mondo, nel corso della sua visita alla sede romana del Pam, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite che si prefigge l’obiettivo “Fame zero”, cioè nessuno uomo soffra più la fame in nessun luogo del mondo, entro il 2030. Occasione per la visita è l’inaugurazione della sessione annuale 2016 della Giunta esecutiva. “Il cibo che si spreca è come se lo si rubasse dalla mensa del povero, di colui che ha fame”. E ancora, “abbiamo fatto dei frutti della terra, dono per l’umanità, un privilegio di alcuni, generando esclusione. Abbiamo stravolto i fini della terra”.

“La mancanza di alimenti – spiega il Pontefice – non è qualcosa di naturale, non è un dato ovvio: il fatto che oggi, in pieno ventunesimo secolo, molte persone patiscano questo flagello, è dovuto a una egoista e cattiva distribuzione delle risorse, a una mercantilizzazione degli alimenti”. Papa Francesco parla a braccio: “Avevo un discorso in spagnolo, ma la maggioranza di voi non lo capisce e poi i discorsi sono noiosi, così il discorso lo consegnerò e dirò spontaneamente alcune parole dal cuore”, ha esordito nell’incontro coi dipendenti del Pam, che ha preceduto quello ufficiale. “Con 13.500 dipendenti impegnati ad assistere una media di 90 milioni persone in 80 paesi del mondo, il Pam – afferma la sua direttrice esecutiva, Ertharin Cousi – è la più grande organizzazione umanitaria del mondo”.

Il pontefice mette in guardia dal rischio che “a poco a poco, diventiamo immuni alle tragedie degli altri e le consideriamo come qualcosa di ‘naturale’: sono così tante le immagini che ci raggiungono, che noi vediamo il dolore ma non lo tocchiamo, sentiamo il pianto ma non lo consoliamo, vediamo la sete ma non la saziamo“. In questo modo, avverte il Papa, “molte vite diventano parte di una notizia che in poco tempo sarà sostituita da un’altra. Ma, mentre cambiano le notizie, il dolore e la fame e la sete non cambiano, rimangono”.

“Il consumismo che pervade le nostre società – afferma Bergoglio – ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale a volte ormai non siamo più capaci di dare il giusto valore, che va oltre i meri parametri economici”. “Non possiamo ‘naturalizzare’ la fame di tante persone; non ci è lecito dire che la loro situazione è frutto di un destino cieco di fronte al quale non possiamo fare nulla. Quando la miseria cessa di avere un volto, possiamo cadere nella tentazione di iniziare a parlare e a discutere su ‘la fame’, ‘l’alimentazione’, ‘la violenza’, lasciando da parte il soggetto concreto, reale, che oggi ancora bussa alle nostre porte”. Infatti, avverte il Papa, “quando mancano i volti e le storie, le vite cominciano a diventare cifre e così un po’ alla volta corriamo il rischio di burocratizzare il dolore degli altri. Le burocrazie si occupano di pratiche; la compassione, invece, si mette in gioco per le persone. E credo che in questo abbiamo molto lavoro da compiere”, continua Francesco. “Perché? – si chiede – Perché la miseria ha un volto. Ha il volto di un bambino, ha il volto di una famiglia, ha il volto di giovani e anziani. Ha il volto della mancanza di opportunità e di lavoro di tante persone, ha il volto delle migrazioni forzate, delle case abbandonate o distrutte”.

A questo punto Papa Bergoglio ha constatato come “ci troviamo così davanti a uno strano e paradossale fenomeno: mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no; non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra. E le vittime si moltiplicano, perché il numero delle persone che muoiono di fame e sfinimento si aggiunge a quello dei combattenti che muoiono sul campo di battaglia e a quello dei molti civili caduti negli scontri e negli attentati. Siamo pienamente coscienti di questo, però lasciamo che la nostra coscienza si anestetizzi, e così la rendiamo insensibile. In tal modo la forza diventa il nostro unico modo di agire, e il potere l’obiettivo perentorio da raggiungere”.

Va a finire così che “le popolazioni più deboli non solo soffrono per i conflitti bellici ma, nello stesso tempo, vedono ostacolato ogni tipo di aiuto. Perciò – ha suggerito il Pontefice – urge deburocratizzare tutto quanto impedisce che i piani di aiuti umanitari realizzino i loro obiettivi. In questo voi avete un ruolo fondamentale, perché abbiamo bisogno di veri eroi capaci di aprire strade, gettare ponti, snellire procedure che pongano l’accento sul volto di chi soffre. A tale meta devono essere ugualmente orientate le iniziative della comunità internazionale“.