Novak Djokovic per la storia: è questo il vero tema del Roland Garros 2016. Non la rivalità con Andy Murray, appassionante fino a un certo punto, non ancora all’altezza di quelle storiche con il grande assente Roger Federer, o il convalescente Rafa Nadal. Neppure l’attesa per la maturazione dei ragazzini terribili (Thiem, Kyrgios, Zverev); o per una grande sorpresa che manca da oltre un decennio (dalla indimenticata cavalcata di Gaston Gaudio nel 2004; dopo di lui solo vittorie più o meno pronosticabili). Passa tutto in secondo piano rispetto al grande obiettivo del serbo, numero uno al mondo: far cadere anche l’ultima barriera, riuscire dove tutti i grandi prima di lui, anche i grandissimi (da Federer a Nadal, da Sampras a Becker a Lendl), hanno fallito. Conquistare per la prima volta in carriera Parigi e lanciarsi verso il Grande Slam, la vittoria di tutti e quattro i major nello stesso anno. Impresa che nella storia del tennis moderno è riuscita una sola volta, nel 1969 a Rod Laver.

In quell’anno l’australiano, che aveva già eguagliato Don Bugde centrando il poker nel ’62 (ma da dilettante), portò a casa i quattro tornei senza neppure troppa fatica, cedendo appena due set (uno a Newcombe a Wimbledon, l’altro a Tony Roche negli Usa) fra tutte le finali. Sembrò quasi qualcosa di ordinario, all’epoca. Invece sarebbe diventato un tabù. Ogni grandissimo ha avuto le sue maledizioni: i giocatori da veloce la terra di Parigi, i terraioli il cemento, gli universali l’erba londinese. Djokovic, come Roger Federer, rientra nella prima categoria: già nel 2015 avrebbe potuto entrare nella leggenda, ma perse il Roland Garros a sorpresa contro Wawrinka. Ci riprova quest’anno, con più forza e consapevolezza: ha già vinto a gennaio in Australia, sul cemento degli Us Open pare imbattibile, a Wimbledon con Federer acciaccato non si vede chi possa fermarlo. Tutto passa da Parigi.

Nell’era Open il Grande Slam è stato sfiorato solo in sette occasioni, sei nell’ultimo decennio, da parte dei tre grandi dominatori del tennis contemporaneo. Tre volte da Federer e due da Djokovic, caduti sempre al Roland Garros; con la differenza che mentre lo svizzero è riuscito a conquistarlo nel 2009, per il serbo la terra parigina è ancora una maledizione. Quella dello scorso anno resta probabilmente l’occasione persa più clamorosa. Insieme a quella di Nadal nel 2010, anno in cui riuscì a imporsi anche sull’erba di Wimbledon, a lui storicamente indigesta, dopo però essere crollato all’Australian Open. Prima di loro, pure Ivan Lendl nel 1986, stagione in cui però non si disputò proprio il major australiano (e il ceco perse a Londra contro Boris Becker, dopo aver vinto Parigi e Flushing Meadows).

Solo rimpianti, imprese accarezzate e sfumate sul più bello. A dimostrazione della difficoltà del Grande Slam, che ha creato quest’aura leggendaria. Ma Djokovic stavolta ce la può fare, più di chiunque altro in passato: dittatore feroce sul veloce, padrone ormai anche dell’erba, comunque l’uomo da battere sulla terra battuta. Ora come non mai, con la new generation dei vari Thiem, Kyrgios e Zverev ancora acerba, e i rivali di sempre in fase calante. Deve guardarsi da Andy Murray, l’avversario più temibile che l’ha appena battuto a Roma. Soprattutto dal redivivo Rafa Nadal, a caccia della Decima. La storia lo attende, ma non per sempre.

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