Indipendente”. Perché di nuovo pubblica. “Autorevole” nell’attività regolatoria. Perché svincolata dai “controllati”. Ed “efficace” nella vigilanza. Perché immune da potenziali conflitti di interessi. Sono le tre parole chiave della riforma della Banca d’Italia messa a punto dai deputati del Movimento 5 Stelle, primo firmatario Alessio Villarosa, che sarà ora sottoposta al vaglio dei cittadini attraverso la piattaforma Rousseau (utilizzata per le consultazioni online della base) prima di essere depositata alla Camera.

MODELLO SVEDESE – Una proposta ispirata da uno studio della Banca centrale svedese (“Governing the governors: A clinical study of Central Banks”, del 2008), nel quale si evidenzia che “il 70% delle banche centrali operanti nel mondo sono per il 100% di proprietà pubblica”. Mentre “solo il 6% delle banche centrali” si caratterizza per “un assetto proprietario nel quale lo Stato detiene meno del 50%”. Insomma, secondo il M5S, la situazione della Banca d’Italia rappresenta “un’anomalia” nel panorama internazionale, vista la rilevante partecipazione azionaria detenuta, quasi completamente, dalle banche private. Al 31 dicembre 2013, gli azionisti di Palazzo Koch erano in tutto 59. E i pacchetti più rilevanti risultavano detenuti da Intesa Sanpaolo (30,34%), Unicredit (22,11), Generali (6,33), Cassa di Risparmio di Bologna (6,2), Inps (5%) e Banca Carige (3,95%). Secondo lo studio della Banca centrale di Svezia, citato nella relazione introduttiva del testo del Movimento 5 Stelle, “questa struttura di partenariato” non creò problemi “finché la proprietà delle banche che possedevano la banca centrale rimase in mano ‘pubblica’ o controllata da fondazioni senza scopo di lucro”. Ma, a partire dagli anni Novanta, “quando il sistema fu totalmente privatizzato e Banca d’Italia ha dovuto iniziare a garantire la concorrenza tra i suoi proprietari”, esplose lo “scandalo Fazio (l’ex governatore costretto alle dimissioni nel 2005, quando il mandato era ancora di fatto a vita) e il governo italiano”, nello stesso anno, approvò una legge che “riportava totalmente in mano pubblica la Banca d’Italia a partire dal 2008”. Peccato, però, fa notare Villarosa, che “quella riforma sia rimasta inattuata”.

MISSIONE WELFARE – Ma cosa prevede la proposta approntata dai deputati del Movimento 5 Stelle? Il testo, la cui bozza ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, stabilisce innanzitutto che le quote di Bankitalia attualmente detenute dagli istituti di credito privati vengano acquisite dal ministero dell’Economia e finanze (Mef) e restino incedibili a soggetti che non siano pubbliche amministrazioni. Ai soci privati è corrisposta, entro un anno, una cifra pari al valore nominale delle quote del 1936, ossia 156 mila euro, più i circa 900 milioni che le banche hanno versato all’erario in seguito alla rivalutazione (secondo i grillini illegittima) disposta dal controverso decreto Imu-Bankitalia. Un esborso che sarà finanziato attingendo dai circa 24 miliardi di riserve della banca centrale. Il cui bilancio non subirà contraccolpi. Anzi, sostengono i proponenti, sarà al contrario ancora più solido grazie al ristorno della rivalutazione delle quote a 7,5 miliardi di euro (così valutate dallo stesso decreto Imu-Bankitalia). Una quota degli utili netti destinati a riserve, fino al 4% delle riserve stesse (soldi che oggi finiscono nelle casse delle banche private), pari ad un tetto massimo di 960 milioni di euro, andrà ad alimentare il fondo per il reddito di cittadinanza. Un ulteriore 5% degli utili, sempre destinati a riserva, confluirà, invece, nel fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese. Cambia anche il sistema di designazione dei vertici. Il governatore sarà eletto con la stessa procedura prevista per i giudici costituzionali dal Parlamento in seduta comune a maggioranza dei due terzi nei primi due scrutini e dei tre quinti dal terzo in poi. Resterà in carica per 7 anni (oggi 6 con la possibilità di un solo rinnovo) e non sarà rieleggibile. Il Consiglio superiore di Banca d’Italia rimane composto di 13 membri: 12 eletti dalla nuova commissione parlamentare bicamerale di Vigilanza su Bankitalia (composta da 20 deputati e 20 senatori) sul modello di quella attualmente esistente per vigilare su Cassa depositi e prestiti, che la proposta del M5S prevede di istituire, e uno dalla conferenza Stato-Regioni. Ogni membro durerà in carica 5 anni e sarà rinnovabile per un solo mandato. Per l’eleggibilità è richiesto il possesso dei requisiti di onorabilità, professionalità e competenza. Il mandato dei membri del Direttorio, che continueranno ad essere eletti dal Consiglio superiore nella sua rinnovata composizione, scende da 6 a 5 anni. Anche per loro è prevista la possibilità di rinnovo per un unico ulteriore mandato.

RIVOLUZIONE AL VERTICE – Ma non è tutto. Ogni anno Bankitalia dovrà riferire al Parlamento sulle partecipazioni al proprio capitale. Il governatore sarà tenuto a presentare una relazione semestrale sull’attività del Consiglio superiore. Mentre, a sua volta, il presidente della commissione di Vigilanza dovrà redigere una relazione annuale su effetti, limiti ed eventuali adeguamenti della normativa vigente. La commissione esprime pareri non vincolanti su eventuali aggiornamenti del Testo unico bancario e dello statuto di Bankitalia. Inoltre, per evitare conflitti di interessi, viene stabilito un periodo di cooling-off (pausa obbligata) tra ruoli in Bankitalia e incarichi o consulenze presso soggetti vigilati. Uno stop, insomma, alle porte girevoli per scongiurare la possibilità che i regolatori possano favorire player privati, soprattutto nella parte finale del mandato. Il cooling-off è fissato in sei anni. Il testo Villarosa non consente finanziamenti bancari a imprese in cui gli stessi istituti detengano partecipazioni azionarie. E gli amministratori delle banche private non potranno più sottoscrivere strumenti finanziari, prestiti o fidi personali che provengano dalle banche da loro amministrate. Una misura che, nell’intento dei proponenti, ha l’obiettivo di rendere più agevole ed efficace la vigilanza. Nella stessa direzione va anche la previsione che consente al Consiglio superiore di Bankitalia di istituire per gli amministratori delle banche private una cauzione speciale, pari al 25% degli emolumenti corrisposti in favore degli stessi, che l’istituto centrale detiene e ha facoltà di trattenere per il triennio successivo alla fine del mandato del manager. Un lasso di tempo che consente di verificare se la gestione del dirigente ha generato dissesti finanziari e/o danni reputazionali all’istituto stesso. Infine, vengono vietate le operazioni, da parte dei vertici o del personale della banca centrale, con parti correlate. Per prevenire anche i conflitti di interessi indiretti, come stabilito dal regolamento Consob del 2010, in relazione a parentele, affinità e persone con influenze notevoli.

ANOMALIA ITALIANA – “Lo scopo di questa proposta è semplice: ristabilire anche in Italia la normalità”, ribadisce Villarosa. “D’altra parte, il fatto che solo il 6% delle banche centrali del mondo veda una proprietà pubblica al di sotto del 50%, considerato che in Italia siamo intorno al 5%, rappresenta un’anomalia che va assolutamente corretta”, insiste il deputato del M5S. L’altro punto sul quale i grillini battono molto è, inoltre, quello della vigilanza. “Oggi si sostiene che il problema è risolto perché la vigilanza è stata trasferita in capo alla Banca centrale europea (Bce) – conclude Villarosa –. Ma è altrettanto vero che, in Bce siedono pur sempre le banche centrali nazionali, tra le quali anche Bankitalia. Occorre quindi, come puntiamo a fare con questa riforma, assicurare l’assoluta indipendenza dell’arbitro”.

Twitter: @Antonio_Pitoni