Richieste pressanti di denaro reiterate nel tempo. Non solo durante incontri e colloqui, ma anche con una lettera dal tono perentorio, diventata la chiave dell’accusa, di cui ilfattoquotidiano.it è entrato in possesso. Costituisce la spiegazione del perché tre medici veronesi, tra cui Giovanni Serpelloni (nella foto), già capo del Dipartimento politiche antidroga a Palazzo Chigi, legatissimo all’allora sottosegretario Carlo Giovanardi, sono finiti agli arresti domiciliari con l’accusa di tentata concussione e turbativa d’asta. Oltre a Serpelloni, 61 anni, gli altri due sono Oliviero Bosco di 58 anni e Maurizio Gomma di 59.

L’ordinanza emessa dal gip Luciano Gorra, su richiesta del pm Paolo Sachar, contesta la richiesta di denaro avanzata nei confronti della società Ciditech per la messa a punto di un software chiamato Mfp, che era stato sviluppato nel corso degli anni dall’Ulss 20 di Verona, ma era poi stato utilizzato anche da altre strutture sanitarie italiane. Serviva a gestire i dati riguardanti i cosumatori di stupefacenti monitorati o seguiti dai Sert.

Secondo l’accusa, i tre medici avrebbero preteso una percentuale sulle somme incassate dalla società e 100mila euro di risarcimento per il contributo che avevano fornito nel corso del tempo all’elaborazione del software. Un modo, quest’ultimo, solo apparentemente legale. Infatti, il Pm contesta innanzitutto a Serpelloni di avere “richiesto una percentuale sugli incassi della Ciditech derivanti dai contratti di assistenza stipulati con le strutture Sert in tutta Italia”. Nel mirino è finito un primo colloquio del novembre 2012, con la richiesta di “una percentuale in denaro”. Poi un incontro di Serpelloni risalente all’agosto 2013 con il rappresentante legale di Ciditech, in cui egli avrebbe fatto riferimento a “una cifra da zero a x…” e ad “un premio da dare a me per tutti questi anni di supporto”. Sarebbe arrivato perfino a dettare la modalità: “Se un progetto per voi costa 10… mi fate la fattura, ad esempio a 12 e il margine viene a me”.

Ma è soprattutto una raccomandata spedita il 9 dicembre 2013 a costituire il centro dell’inchiesta perché formalizza la richiesta di 100mila euro, con la giustificazione di premiare “asseriti diritti intellettuali vantati sul software”. Ma la richiesta non avveniva per conto dell’Uls 20, secondo l’accusa, bensì a titolo personale. E quella lettera costituisce il punto di svolta dell’inchiesta.

A firmarla sono Oliviero Bosco, Maurizio Gomma e Giovanni Serpelloni, entrambi ora ai domiciliari insieme a tre loro colleghi. A Ciditech viene ricordato come “la progettazione e la creazione del software Mfp è nata in seguito all’approfondita analisi delle pratiche cliniche da parte dei medici competenti che hanno fornito le loro esperienze e conoscenze tecnico scientifiche ed ha permesso di realizzare e far utilizzare ad altri Sert uno strumento con queste caratteristiche”. Quindi: “Ribadendo che il software Mfp è di esclusiva proprietà dell’Ulss 20, va tuttavia chiarito che i diritti intellettuali dell’opera di ingegno, relativamente agli aspetti specialistici e tecnico scientifici nel campo delle dipendenze e del management clinico dei pazienti, rimangono in capo ai singoli medici che hanno partecipato alla definizione dei contenuti, analisi, realizzazione e testing della piattaforma Mfp”.

La lettera proseguiva fissando quattro “paletti”. Primo: “La piattaforma è stata realizzata e sviluppata grazie alle indicazioni tecniche fornite dai medici”. Secondo: La diffusione del sotware in 200 unità operative “ha permesso a Ciditech di acquisire e introitare redditi oltre a quanto pagato per lo sviluppo del software (dall’Ulss 20, ndr) derivati anche dalla diffusione e manutenzione di Mfp e di costruirsi un mercato futuro proprio sulla base dello sfruttamento anche dei nostri diritti intentellettuali”. Terzo punto: “Si ritiene giusto ed equanime, oltre che doveroso, richiedere il riconoscimento dei diritti intellettuali mediante equo risarcimento finanziario a tutte le persone che hanno variamente contribuito alla realizzazione di tale software ed attuare quindi una giusta forma di corresponsione economica”. Quarto punto: “Si chiarisce formalmente che nessuno dei professionisti sottoscritti ha mai rinunciato ai propri diritti intellettuali né firmato alcuna liberatoria o delega alla ditta Ciditech e quindi ora li rivendica anche in equa forma retribuita”.

Peccato che i medici fossero dipendenti pubblici e che il software fosse stato pagato con soldi della Regione Veneto e dell’Ulss 20. Ecco le tre condizioni poste con la lettera. “Si richiede la corresponsione di 100mila euro a saldo forfettario e risarcitorio di quanto fino ad oggi fatto, da versare, in rispetto alla normativa vigente ed in totale trasparenza, alla Ulss 20 attraverso modalità formali che verranno in seguito comunicate”. Evidentemente i magistrati ritengono che la richiesta fosse illecita e non trasparente, anche perché, a quanto si apprende, i vertici della Ulss non ne erano stati informati. La seconda comunicazione era una specie di ultimatum: “Non si concede più a Ciditech l’utilizzo o lo sfruttamento del software Mfp (qualsiasi versione che utilizzi know how da noi fornito), dei nostri diritti intellettuali su Mfp, oltreché su altri prodotti /software eventualmente sviluppati in passato”.

Infine, “si diffida Ciditech a divulgare, installare o attivare ulteriori attività commerciali che vedano l’impiego di software Mfp verso terzi, esclusa l’Azienda Ulss 20 di Verona”. La risposta era chiesta entro dieci giorni. Invece la società Ciditech si era ribellata e aveva presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Verona.

Il gip è perentorio. “Confidando evidentemente in una sorta di impunità assoluta e godendo di una totale autonomia gestionale presso il Sert anche in ragione della fiducia in loro malriposta dalla direzione generale, a sostegno delle loro ingiuste pretese di denaro sono giunti fino al punto di rivendicare diritti intellettuali sul software realizzato asseritamente anche grazie al loro contributo”.

Il giudice non va per il sottile con i medici, a cui contesta “una peculiare pervicacia nell’agire criminale e nel perseverare nell’azione delittuosa”. E aggiunge che avrebbero “posto in atto intimidazioni piuttosto gravi, attraverso continue e sempre più insistenti richieste di denaro”.