Non è uno scherzo. I magistrati prestati alla politica sono sempre e comunque giudicati imparziali e indipendenti. E, soprattutto, hanno sempre diritto di chiedere, e ottenere, una valutazione di professionalità come se non avessero mai lasciato le aule di tribunale. Con tutto ciò che significa in termini di progressione di carriera, attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e di previdenza. Anche se la toga è un lontano, a volte lontanissimo ricordo.

IL RECORD DI ANNA Il record assoluto spetta, da questo punto di vista, ad Anna Finocchiaro, fuori ruolo dalla magistratura da ventotto anni e tre mesi. Eppure giudicata tanto brava ed efficiente dagli organi di valutazione delle toghe da ottenere promozioni ed avanzamenti continui di carriera come se invece di occupare scranni e incarichi politici a Montecitorio e Palazzo Madama avesse continuato a fare indagini o a sfornare sentenze. Prima di arrivare a Roma, l’attuale presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato era stata impegnata per sei anni nelle aule di giustizia, tra Catania e Leonforte a cui era stata assegnata dal decreto ministeriale di prima nomina (13 maggio 1981) fino alla domanda di aspettativa per elezioni politiche (5 maggio 1987). Da allora la Finocchiaro non è più tornata in un’aula di tribunale, ma questo non le ha impedito di ottenere, nel frattempo,  ben sette valutazioni di professionalità, il massimo previsto in termini di progressione di carriera per i magistrati.

SENZA RISPOSTA Così, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ne ha certificato “l’indipendenza, imparzialità ed equilibrio, ma anche capacità, laboriosità, diligenza e impegno dimostrati nell’esercizio delle funzioni espletate”. Quali? Da magistrato? No. Da parlamentare? Vai a capire. Resta il fatto che, mentre assolveva alle funzioni di capogruppo del Pd a Palazzo Madama, il Consiglio giudiziario della Corte di appello di Roma nel 2011 così si esprimeva nelle sue valutazioni sulla professionalità del magistrato Finocchiaro: “Si può senz’altro affermare che anche per il periodo in considerazione (2001-2009, due quadrienni, ndr), merita di veder confermati i giudizi positivi conseguiti nel corso di tutta la sua carriera”. E non importa che “la natura dell’incarico parlamentare ricoperto nel corso del periodo in valutazione non consente alcuna risposta” ai parametri che vengono usati per gli altri magistrati in carriera. Pur di valutare e promuovere, per gli organi di valutazione tutto fa brodo. Anche se non è stato possibile giudicare, per ovvie ragioni, come la Finocchiaro abbia gestito le udienze, se abbia rispettato i tempi di trattazione dei procedimenti o se sia in possesso della capacità e l’attitudine di organizzare il proprio lavoro, solo per citare alcuni giudizi di merito a cui sono sottoposte, ogni quattro anni, tutte le toghe. Lei compresa, anche se impegnata in tutt’altre incombenze. Ma andiamo avanti.

SANA COSTITUZIONE Prima del 2011 il Consiglio superiore della magistratura si era occupato di Anna Finocchiaro non solo per confermarle, ad ogni tornata elettorale,  l’aspettativa per mandato parlamentare, a partire dalla X legislatura fino alla XVII ancora in corso. Ma anche, nel 1996, per riconoscerle l’idoneità alla nomina per magistrato di Corte d’Appello e nel 2004 per quella che serve a diventare magistrato di Cassazione. Riconoscimenti che, fino alla nuova legge del 2006 erano, salvo inciampi gravi, praticamente automatici dipendendo esclusivamente dall’anzianità di servizio. Poi però è intervenuta una nuova normativa che ha preteso di rendere le valutazioni effettivamente legate al merito professionale. Circostanza che ha evidenziato anche un’altra criticità che resta irrisolta per i magistrati parlamentari e cioè quella posta dall’articolo 98 della Costituzione che vieta ai pubblici dipendenti eletti di conseguire promozioni durante il mandato, “se non per anzianità”. Ciononostante, l’andazzo continua. E sebbene lontani dalle aule giudiziarie, i magistrati-parlamentari continuano a fare carriera e ad essere giudicati come se continuassero ad indossare la toga.

TUTTI PROMOSSI Ma chi sono gli altri magistrati che pur dividendosi tra Camera e Senato continuano a collezionare promozioni e avanzamenti di carriera? Per restare agli inquilini di Palazzo Madama, c’è per esempio Doris Lo Moro, a quota quattro valutazioni di professionalità, ma fuori ruolo da 17 anni e 9 mesi, in larga parte per mandato amministrativo comunale e dal 2008 per mandato parlamentare. Ora la senatrice del Pd è pronta addirittura, su magnanima indicazione del governo (la Lo Moro si è per un certo periodo fieramente opposta alla riforma del Senato tanto voluta dal premier Renzi e dal ministro Boschi) a lasciare Palazzo Madama per diventare consigliere di Stato. Altro caso è quello di Felice Casson che ha dismesso la toga da 10 anni e 9 mesi. E’ stato consigliere comunale a Venezia e poi ha ottenuto l’elezione al Senato. In tutto, nella sua carriera, è già arrivato a quota sette valutazioni professionali, l’ultima delle quali ottenuta quando era già a Palazzo Madama.

SBARCO ALLA CAMERA Dal Senato a Montecitorio. Il deputato di Scelta Civica, Stefano Dambruoso è fuori ruolo dalla magistratura da oltre 11 anni, trascorsi in parte all’estero presso la rappresentanza italiana a Vienna e in parte in Italia dove, dopo un breve rientro in magistratura, è approdato prima al ministero della Giustizia, poi all’Ambiente. Infine, lo sbarco alla Camera a partire dal 2013: il Consiglio superiore della magistratura gli ha appena assegnato la sesta valutazione di professionalità nella stessa seduta in cui è stata riconosciuta anche al presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone.

PICCOLA DIFFERENZA L’amore per la politica ha portato lontano dalle aule giudiziarie anche altri magistrati che però non sono approdati né a Montecitorio né a Palazzo Madama. Il più famoso tra loro è Michele Emiliano, fuori ruolo dalla magistratura da oltre 10 anni, prima eletto sindaco a Bari e poi presidente della Puglia. Una passione che gli ha provocato anche qualche grana da fuoco amico: un procedimento disciplinare avviato nel 2014, alla vigilia della competizione amministrativa, per aver assunto l’incarico di segretario del partito regionale (Pd). Perché se nessuno può impedire ad un magistrato di candidarsi, resta comunque scritto il divieto di militanza nei partiti. Insomma, i magistrati possono farsi eleggere, ma, per carità, senza fare politica. Altrimenti l’obbligo di essere e apparire indipendenti va a farsi benedire. E vai a capire il perché di questa differenza.

CLASSE DI FERRI Equilibrio, imparzialità, serenità ed autonomia” è il giudizio confermato nel 2014 dal Consiglio di amministrazione del ministero della Giustizia al sottosegretario Cosimo Maria Ferri, leader indiscusso della corrente di Magistratura indipendente. Classe 1971, giudice dal 1999 e fuori ruolo complessivamente da oltre sette anni. Un giudizio incondizionatamente positivo (alla faccia del possibile conflitto di interessi) che gli è valso, il 28 gennaio 2015, il superamento della quarta valutazione di professionalità da parte del Consiglio superiore della magistratura.

REGOLE DI INGAGGIO Ma è proprio Palazzo dei Marescialli che, ormai da tempo, ha segnalato l’anomalia di dover usare il giudizio su capacità e imparzialità anche per i magistrati prestati più o meno definitivamente alla politica. Che di imparziale, com’è evidente, ha ben poco. Appello contenuto nel parere ad un ddl che vorrebbe riorganizzare le regole di ingaggio per le toghe che decidono di partecipare alle competizioni elettorali. E che giace da almeno due anni alla Camera presso la commissione Giustizia attualmente presieduta, guarda la coincidenza, da Donatella Ferranti, che la toga l’ha dismessa, momentaneamente, da 17 anni.  Anche lei è infatti arrivata al top della carriera con sette valutazioni positive, per i 17 anni passati nelle aule di giustizia tra Roma, Viterbo e Cagliari, ma anche per i dieci fuori ruolo a Palazzo dei Marescialli, dove è stata potente ed autorevole segretario generale del Csm fino al 2008. Prima di sbarcare, forse definitivamente, alla Camera. Cosa ha scritto di lei il Consiglio giudiziario della corte di appello di Roma nell’esprimere, nel 2009, parere favorevole alla settima e ultima valutazione di professionalità? Quanto al criterio della capacità, è stata ricordata, tra l’altro, la sua proposta di legge sulla prescrizione e il ruolo svolto come relatrice, ma di minoranza, di un ddl sulle intercettazioni. Verrebbe da dire citando un’altra toga, ma che per amore della politica si è dimessa dalla magistratura, cosa tutto questo “c’azzecca” con la promozione di un magistrato. Già, cosa c’entra?

@primodinicola