La consegna del premio Carlo Magno a papa Francesco è segnata da un paradosso. Al di là delle motivazioni ufficiali Francesco appare premiato non tanto per un suo rapporto speciale con il Vecchio Continente (Giovani Paolo II e Benedetto XVI  erano molto più angosciati di lui per il suo futuro) quanto perché le sue parole e i suoi moniti sulla scena internazionale mettono a nudo la perdurante impotenza dell’Unione europea.

Vaticano, Papa Francesco riceve Angela Merkel

Il Papa Globale è stato il primo a definire i multiformi focolai del terrorismo islamico una “Terza guerra mondiale… a pezzi”. E’ un’espressione forte, che comporta molte conseguenze. La prima l’ha indicata lo stesso pontefice: è giusto fermare l’aggressore. Ma la parola “guerra” implica anche la necessità di uno sforzo coerente, duraturo, lungimirante per debellarla. La stessa mobilitazione di lungo respiro (si può dire in controluce) che il mondo mise in campo contro il nazismo.

Il paragone non disorienti. Se esplodono bombe in Spagna, Inghilterra, Francia e Danimarca, se si susseguono massacri in Iraq, Siria, Turchia, Pakistan, Corno d’Africa, Libia, Tunisia, Mali e Nigeria e la lista si allunga di giorno in giorno… se l’ideologia totalitaria del Califfato (che stermina egualmente musulmani di ogni denominazione, cristiani, ebrei, yazidi e altre minoranze) estende la sua ombra minacciosamente su Asia, Europa ed Africa, non ha senso pensare di affrontare l’incendio solamente di volta in volta su base locale.

E’ questo il senso profondo dell’espressione di Francesco, che da subito già nel 2014 – memore dei disastri americani in Afghanistan e Iraq contro cui si era battuto Giovanni Paolo II) ha ammonito che era illusorio e sbagliato pensare di agire in modo unilaterale con coalizioni di volonterosi. Perché iniziative mal mascherate di conquista egemonica non portano da nessuna parte. Soltanto un intervento multilaterale internazionale sotto l’egida dell’Onu può funzionare. Soltanto azioni “comuni, congiunte e coordinate” – come è detto nella dichiarazione congiunta di Francesco con il patriarca russo Kirill – possono contrastare il terrorismo internazionale. L’esempio della Siria sta lì a dimostrarlo: qualche progresso (ancora drammaticamente insufficiente) si ottiene unicamente se Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia, Arabia saudita si muovo congiuntamente.

Francesco ha anche esortato da sempre ad aprire gli occhi sulla pista dei soldi: chi fornisce le armi, chi fa affari, chi finanzia l’Isis?
La terza guerra mondiale a pezzi: ecco la prima sfida che Francesco ha posto davanti agli occhi dell’Europa. Il risultato? L’Unione europea si è mostrata incapace di agire e reagire compattamente, paralizzata dall’esistenza di 28 capitali scoordinate. L’Unione europea in quanto tale in questa partita mondiale semplicemente non c’è.

La seconda sfida cruciale che Francesco ha posto all’Europa, dal suo primo viaggio a Lampedusa sino alla recente visita ai campi profughi di Lesbo, riguarda la “più grande catastrofe” umanitaria dopo l’ultimo conflitto mondiale: la migrazione di milioni di esseri umani dell’Asia e dell’Africa, che fuggono da guerre, violenze e fame. Francesco ha esortato a guardare alle ragioni economico-sociali, che causano il fenomeno, ha auspicato un’integrazione intelligente.

Cosa è riuscita a fare l’Unione europea? A parte l’accordo in extremis con la Turchia – sostenuto fortemente dalla cancelliera tedesca Angela Merkel – il programma di redistribuzione degli immigrati in Europa è fallito clamorosamente. Un’Unione di oltre 500 milioni di abitanti non riesce a stabilire una ragionevole programmazione di ammissione di profughi e immigrati. Il piano Juncker, che doveva ricollocare 40.000 richiedenti asilo arrivati in Italia, è sfociato in un fiasco per gli egoismi nazionali: a tutt’oggi soltanto 564 hanno lasciato il suolo italiano. Al confronto la Chiesa italiana, che tra diocesi, parrocchie, famiglie e comunità religiose ha accolto e sistemato ventiduemila profughi, fa arrossire più di un governo europeo.

Anche nella gestione del grande esodo l’Unione dei 28 si mostra drammaticamente incapace.

E’ facile consegnare un premio a papa Bergoglio, la bella figura di chi lo offre non nasconde l’inerzia di chi non riesce ad “essere Europa”. Anzi, la retorica di questa giornata finisce per fare risaltare il processo sottaciuto di morbida disgregazione in atto.

Angela Merkel qualche anno fa lo aveva detto: si rischia di andare come sonnambuli verso il disfacimento dell’Unione. Di fatto l’arresto cardiaco è già iniziato. L’accordo speciale strappato dalla Gran Bretagna, a prescindere dall’esito del prossimo referendum, è di per se disgregante: certifica e autorizza che si può essere membri di un club a pieno titolo, pur respingendone l’obiettivo primario e alcune regole fin qui condivise. In ogni momento altri stati potranno chiedere le stesse eccezioni. La linea neonazionalista dei paesi del gruppo di Vysegrad (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia) ignora e sabota gli ideali dell’Unione. L’adesione della Turchia alla Ue, darebbe il colpo finale. L’Unione non sarebbe più un percorso verso la Federazione d’Europa, ma si trasformerebbe in una specie di zona di libero scambio.

Senza una ripartenza con un nucleo convinto, più ristretto, l’Unione non si riprenderà.

Davvero, come disse Francesco, questa Europa che annaspa è diventata una vecchia “non più fertile”. Inerte di fronte all’obiettivo alto (e degno dei tratti cristiani e illuministi del Continente) che il pontefice nel 2014 aveva indicato ai politici europei nel suo discorso a Strasburgo: “prendersi cura della fragilità dei popoli e delle persone”.
Forse per questo, per cattiva coscienza, oggi gli danno il premio.