“Faccio commedie, non sono abituato a vincere premi”. C’è il mondo nella frase di Paolo Genovese, neo vincitore del David di Donatello come miglior film per il suo Perfetti sconosciuti. Una scelta piuttosto stravagante quella deliberata quest’anno dall’Accademia, non tanto perché l’opera di Genovese sia una commedia – genere tradizionalmente snobbato dai premi – quanto perché non era il miglior titolo della cinquina candidata al massimo riconoscimento. E questo, lo ripetiamo, non ha nulla a che vedere con il genere espresso da un film buono, ma non ai livelli delle opere di Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Gianfranco Rosi e del compianto Claudio Caligari. In ogni caso, una commedia che vince la 60ma edizione dell’Oscar italiano fa notizia e i complimenti a Genovese, 49enne cineasta romano, non sono mancati da una platea festosa e in gran spolvero per l’ottimo “esordio” di Sky dietro e davanti alla cerimonia di premiazione, tenutasi agli Studios di Via Tiburtina. La pellicola inoltre ha ricevuto il premio per la miglior sceneggiatura.

Entrando nel vivo dei premi, il conteggio finale ha visto un “settebello” pari merito fra Il racconto dei racconti di Matteo Garrone (David per la regia, fotografia, scenografia, costumi, trucco, acconciature, effetti digitali) e Lo chiamavano Jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti. David a tutti e quattro gli attori, regista esordiente, produttore, montaggio. Due statuette a Youth – La giovinezza di Paolo Sorrentino (colonna sonora e canzone), il David Giovani a La corrispondenza di Giuseppe Tornatore e quello per i miglior fonico di presa diretta a Non essere cattivo di Caligari.

Se da parte sua un visibilmente commosso Garrone ha riconosciuto nel David alla regia “un premio alla mia incoscienza e al mio coraggio”, forse nessuno dei quattro interpreti dell’acclamato Lo chiamavano Jeeg Robot si aspettava la statuetta per la propria performance. Specie la giovane rivelazione Ilenia Pastorelli, trionfatrice come protagonista contro ben sei agguerritissime artiste del calibro di Juliette Binoche, Valeria Golino e Paola Cortellesi. Con lei ha vinto anche la non protagonista Antonia Truppo, decisamente sorpresa. Forse meno sorpresi erano i loro colleghi maschi: se da una parte era piuttosto atteso il David a Luca Marinelli (che concorreva anche come protagonista di Non essere cattivo) da non protagonista, forse quello del protagonista Claudio Santamaria ha colto lui, prima di tutti, impreparato. Riflettendo sulla tipologia delle scelte dell’Accademia, sembra che per i David “visivi” sia stato prediletto il film di Matteo Garrone, per quelli “tecnici e interpretativi” quello di Mainetti e infine per quelli “musicali” il film di Sorrentino.

La cerimonia, si diceva, è sembrata brillare di vita nuova. E questo sicuramente grazie a Sky per la prima volta a produrre e mandare in onda lo show. Il modello, ovviamente, era la Notte degli Oscar. In questo senso già il red carpet aveva un altro “sapore” con Via Tiburtina trasformata in Hollywood Boulevard. Naturalmente all’italiana. La diretta Sky (anche in chiaro) ha preteso un côté decisamente più vip e spettacolare rispetto al passato ed è così che la 60ma cerimonia del David di Donatello è mutata in una trasmissione tutto flash e urli da fans, sia durante il red carpet che durante la cerimonia di premiazione. Lo Sky man Alessandro Catellan, quest’anno designato presentatore, naturalmente si è creato una simpatica clip introduttiva simil-Oscar con interventi ironici di attori e registi come Claudio Santamaria, Michele Placido, Paolo Sorrentino che “è il cinema che mi manda”.

Catellan, ironizzando anche sul candidato Walter Veltroni, ha esordito la sua performance con la definizione della Settima Arte donatagli dal premio Oscar per La grande bellezza: “Il cinema è il soffitto del cuore”. E il soffitto del cuore si è toccato in diversi momenti della serata, come l’elegantissimo omaggio musicale a Ennio Morricone interpretato dal soprano giapponese Sumi Jo, il sentito tributo a Ettore Scola espresso da PIF e il messaggio video di Roberto Saviano sull’importanza di continuare a raccontare delle storie per “migliorare la realtà”.