“Certo, ho 73 anni e penso alla morte, è una cosa che sembra accadere… Ci sono cose che vorrei fare prima di allora, ad esempio vedere mia nipote prima che diventi grande”. John Malkovich scandisce le parole con tempi teatrali, in un equilibrio perfetto tra cinismo e riflessione malinconica. L’occasione è l’uscita nelle sale (dal 5 novembre per The Walt Disney Company Italia) di Wild Horse Nine, pellicola diretta da Martin McDonagh che gli è valsa la Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia.
Nel film, l’attore veste i panni di Chris, un veterano della CIA spedito all’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe cileno del 1973. Un uomo chiamato a fare i conti con le proprie convinzioni. Ma fuori dallo schermo, Malkovich si sottrae all’identificazione: “Per abitudine quando lavoro non mi relaziono alla mia vita, lo trovo irrispettoso verso un personaggio che è scritto su una pagina”.
Il film scava nei buchi neri della storia del Novecento, evocando il delitto Kennedy e il colpo di Stato cileno dell’11 settembre 1973. Temi che Malkovich conosce bene e che lo portano a una diagnosi amara sulla fiducia istituzionale. “L’ultima cosa che ho letto diceva che il 60 per cento degli americani non crede alla versione ufficiale sull’assassinio (di JFK, ndr), è una percentuale enorme”, riflette l’attore. “Credo che la politica qui sia soprattutto una piattaforma per parlare di qualcos’altro. Ovvero in quale Paese le persone credono davvero a quello che dice il loro governo? Non dico che non esista, ma come fai a continuare a crederci quando scopri continuamente che quello che ti avevano raccontato non era vero?”.
Eventi storici che per la sua generazione hanno rappresentato uno strappo definitivo: “Ci sono momenti della storia, come l’11 settembre 1973 in Cile, che hanno lasciato voragini enormi. Un grande rimpianto e una sorta di perdita assoluta dell’innocenza. E quando l’innocenza è perduta, non torna più”.