“Si dipinge questa banca come se vendesse carciofi. Ma era una banca come tutte le altre, dove tutto funzionava regolarmente secondo legge”. Parola del senatore Denis Verdini, interrogato martedì al Tribunale di Firenze dove è imputato per la bancarotta del Credito Cooperativo Fiorentino, di cui è stato presidente, e per truffa ai danni dello Stato per i contributi pubblici ricevuti dalla sua Società Toscana di Edizioni. Verdini ha rigettato tutti gli addebiti mossi dai pubblici ministeri Luca Turco e Giuseppina Mione su presunte operazioni bancarie sospette e finanziamenti dubbi chiamando in causa anche la vigilanza, cioè la Banca d’Italia. “Nel sistema bancario niente è oscuro – ha sostenuto Verdini – Perché esiste una centrale rischi che aggiorna continuamente tutti i dati di ogni banca. Non è possibile nascondere niente nel sistema bancario. E’ un sistema trasparente“. Quanto a via Nazionale, “la Banca d’Italia è la mia chiesa, verso la quale ho il massimo rispetto“, ha rivendicato. “Io sono di cultura laica e considero la Banca d’Italia come un santuario“. E, per restare in tema, “sono stato descritto come un piccolo diavolo, ma io ho sempre agito correttamente e nel rispetto delle norme”.

Tornando al ruolo della Banca d’Italia, Verdini si è difeso dall’accusa di aver violato le norme sulla concentrazione dei rischi concedendo troppi finanziamenti alla Btp e alle altre società collegate all’amico e co-imputato Riccardo Fusi ricordando: “La mia banca era in contatto continuo con Bankitalia. Ogni quattro anni viene fatta un’ispezione alle banche, anche alla nostra. E sullo sviluppo immobiliare, sulle grandi partite tra Firenze e Prato, il Credito cooperativo fiorentino era protagonista”. “Bankitalia ci chiedeva spiegazioni analitiche su ogni grande rischio: carteggi in cui Bankitalia scrive tutto e il contrario di tutto, in un modo che la Crusca li boccerebbe tutti. A Bankitalia scrivono in modo esoterico. Ma lo dico con rispetto, Bankitalia è la mia chiesa”.

“Prendo la presidenza nel 1990 luglio 2010, la prendo anche dopo controlli di Bankitalia con praticamente zero di patrimonio“, ha ricostruito Verdini. “L’ho fatta crescere con una passione senza uguali e in un rapporto con Bankitalia difficile perché quel territorio è esploso. Prima, a venire da Campi Bisenzio a Firenze erano 10 km di praterie. Ora è tutto costruito. C’era una vocazione immobiliare del territorio. E noi ci siamo dedicati. C’è stato costante rapporto con Bankitalia su tutte queste partite, sapendo che è un tempo lungo quello del prestito immobiliare e quello del rientro, mentre c’è un elemento serio, solido, che è la garanzia immobiliare”. “Non è possibile sia stata erogata una qualche forma di finanziamento a una persona fisica su preliminare senza firma, non esiste”, ha reagito poi davanti a una pratica senza la firma del contraente portata come prova delle irregolarità. “C’è un iter, la pratica passa di mano, si controlla, è tutto automatico, c’è un sistema informativo. Lo vedo che qui non ci sono le firme. Ma non è giusto dire questo, scusi lo sfogo. Saranno smarriti gli originali…”.

Il pm Turco ha anche presentato a Verdini una lettera scritta di suo pugno all’allora presidente di Mps Giuseppe Mussari per chiedere di finanziare il costruttore amico Fusi. “Sì – ha detto Verdini – scrissi a Mussari, ma in precedenza la nostra direzione aveva scritto preventivamente a uffici Mps perché noi non potevamo tenere la partita di un finanziamento di altri 10 milioni a Fusi su un’operazione globale da 150 milioni con Mps, finalizzata da Fusi per andare in Borsa”. E al pm che sottolineava il tono confidenziale della missiva, Verdini ha risposto: “Mussari lo conosco personalmente, quindi potevo ritenere di scrivergli ‘Caro Beppe’ in una lettera protocollata”. Sull’intercessione per finanziare la Btp di Fusi, il senatore ha spiegato: “Fusi viene da noi in banca e mi dice ‘Mi servono altri 10 milioni’. ‘Non si può fare, andiamo fuori’, gli risposi. Per una banca come Mps è normale costruire un’operazione da 150 milioni”.

Quello in corso a Firenze è uno dei cinque processi che coinvolgono Verdini: il grande sponsor del patto del Nazareno è infatti imputato anche per il fallimento di un’azienda indebitata con l’istituto, per il cosiddetto “affare P3, per la Scuola dei marescialli di Firenze e per presunto finanziamento illecito nella compravendita di un appartamento di via della Stamperia, a Roma.