“Se Adolf Hitler risalisse per un giorno dall’inferno e mi offrisse di intervistarlo, temo che dovrei rifiutare. Vedo, infatti, che dopo il ‘caso Riina‘ vengono messi in discussione i parametri di base del giornalismo”. E’ quanto scrive Bruno Vespa che, in una lettera al Corriere della Sera dopo le polemiche scoppiate sulla puntata di Porta a porta con il figlio di Totò Riina, Giuseppe Salvatore, sottolinea: “La Storia è stata in larga parte scritta dai Cattivi. Compito dei cronisti è intervistarli per approfondire e mostrare l’immagine della Cattiveria”.

Poi il conduttore si paragona a Enzo Biagi e Giuseppe Marrazzo. “Ho rivisto i precedenti. Guardate su Internet l’attacco dell’intervista del 1982 di Enzo Biagi a Michele Sindona. Prima di entrare nel merito ci fu una piacevole introduzione sui pasti del detenuto e sulla qualità delle sue letture. L’avvocato Ambrosoli era stato ucciso tre anni prima. La Commissione antimafia che già esisteva non batté ciglio. Lo stesso Biagi intervistò liberamente Luciano Liggio, il maestro di Totò Riina, il capo dei capi dei primi anni Sessanta. E Tommaso Buscetta, che spiegò come funzionava la Cupola, ma non pianse certo pentito sulla spalla del grande giornalista. Altra intervista famosa fu quella di Biagi al terrorista nero Stefano Delle Chiaie. Non ricordo che siano stati parallelamente ascoltati i parenti delle vittime”.

Prosegue Vespa: “Jo Marrazzo, grande cronista della Rai, intervistò il capo della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli e il capo della camorra Raffaele Cutolo. Ricevette meritati complimenti. Come li ricevette Sergio Zavoli per aver intervistato tutti i terroristi (non pentiti) disposti a rispondere alle sue domande. Trascuro l’esempio più recente e discutibile: Massimo Ciancimino, figlio di Vito, è stato a lungo ospite d’onore di Michele Santoro con ampia libertà di dire l’indicibile, prima di essere arrestato nel 2013. Mi piacerebbe che tutte queste interviste fossero riviste insieme per un sereno confronto. Forse avremmo qualche sorpresa. In ogni caso, il tema è chi si può intervistare nella Rai di oggi. Se Riina padre fosse disponibile, pioverebbero giornalisti da mezzo mondo. E noi?”, conclude il conduttore di Porta a porta.

Anche sul fronte politico le polemiche non accennano a smorzarsi. La senatrice Pd Lucrezia Ricchiuti, insieme ad altri due membri democratici della Commissione Antimafia, l’onorevole Davide Mattiello e la senatrice Donatella Albano, attaccano i vertici di viale Mazzini: “Mentre la Rai offre palcoscenici di prim’ordine ai portavoce della mafia come il figlio del boss Riina, in Italia ci sono giornalisti sottoposti al bavaglio e alla censura per la sola colpa di aver scritto contro le mafie. Il cronista Agostino Pantano, del cui caso mi sono occupata in due interrogazioni, è uno di questi: egli è sotto processo con la grave accusa di ricettazione dopo aver scritto un’inchiesta sullo scioglimento del consiglio comunale di Taurianova, in Calabria”.

Intanto Repubblica è andata a ripescare una vecchia intercettazione del 2001, in cui si sente Riina jr parlare con un amico mentre corre in macchina lungo l’autostrada che da Capaci porta a Palermo, la stessa che suo padre fece sventrare con il tritolo per uccidere il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Il pupillo di Corleone chiama il padre “colonnello” e ricorda le stragi del’92: “La decisione fu quella: abbattiamoli“. Parole che riascoltate 15 anni dopo smentiscono il racconto che Giuseppe Riina ha proposto nel salotto di Porta a porta quando ha dichiarato di non sapere nulla sugli omicidi di Falcone e Borsellino e ha descritto il padre come un tranquillo signore che seguiva sui telegiornali, seduto in poltrona, le notizie sulla “mattanza” di quei mesi. Riina jr può comunque dirsi soddisfatto dalle vendite del suo libro. Nonostante molte librerie in tutta Italia si siano rifiutate di venderlo, la prima edizione di “Riina Family Life” è andata bruciata. Cinquemila copie in poche ore.