L’assemblea più difficile e forse più lunga della storia della Banca popolare di Vicenza si è conclusa come da pronostico: i soci hanno approvato la trasformazione in spa, l’aumento di capitale da 1,76 miliardi di euro e la quotazione in Borsa. Tre “sì” poco convinti, come testimoniano le percentuali non propriamente bulgare, e soprattutto estorti con la minaccia esplicita da parte della Bce di commissariamento della banca e di possibile ricorso al “bail-in”. A ricordarlo è stato il neopresidente dell’istituto, Stefano Dolcetta, che prima del voto ha dichiarato che la scelta del “no” implica ricadute giuridiche che potrebbero avere “gravi e irreparabili conseguenze per la banca” che possono portare “non solo alla perdita totale di valore delle azioni”, ma avere effetti anche sui detentori di obbligazioni emesse dall’istituto, come accaduto a novembre alle quattro banche in dissesto.

Nel capannone della Perlini Equipment di Gambellara, presidiato da un massiccio schieramento delle forze dell’ordine, erano presenti oltre 5mila soci. In un clima teso, quasi surreale, caratterizzato dall’assenza di gran parte del consiglio d’amministrazione (erano presenti solo 5 consiglieri su 18), si sono succeduti oltre un centinaio di interventi. Molte le voci critiche, le proteste, gli sfoghi di chi si è sentito tradito. “Hanno distrutto la nostra banca, i nostri risparmi, il futuro dei nostri figli e vogliono farci firmare il nostro suicidio economico. Noi non lo permetteremo”, tuona dal palco Daniele Marangoni dell’Associazione “Noi che credevamo nella Bpvi” annunciando il “no” alla trasformazione in spa, alla ricapitalizzazione e alla Borsa. “Nel 2014 dovevo fare dei lavori e volevo vendere le azioni e mi hanno detto, tranquilla le può vendere quando vuole – ha ricordato con un filo di voce una pensionata -. Non si possono trattare così le persone di una certa età: mi sono trovata imbarazzata, non potevo pagare i lavori. Mi avete tolto la mia dignità e il futuro della mia vecchiaia, perché ora ho solo la mia pensione”. C’è anche chi ha proposto un minuto di silenzio “per quei giovani a cui sono state tolte le possibilità di studio, un minuto per i pensionati a cui avete tolto la sicurezza, un minuto per i nostri figli”.

Quasi tutti gli interventi hanno preso di mira l’ex presidente Gianni Zonin, rimasto in carica fino a novembre nonostante le sue gravissime responsabilità nel dissesto dell’istituto, l’ex direttore generale Samuele Sorato e i consiglieri assenti,  espressione della vecchia gestione e che tuttavia rimarranno in carica fino a giugno. L’amministrazione delegato Francesco Iorio ha rivendicato la totale discontinuità della sua gestione (“ho a riporto 13 manager: 11 sono nuovi, tutti i manager verso cui sono state individuate delle responsabilità oggettive sono stati licenziati senza prendere un euro”), ha ribadito la piena collaborazione della banca con la magistratura (“i colpevoli vanno puniti, sono il primo a sostenerlo. Dobbiamo fare le cose per bene”) e nelle sue repliche agli interventi dei soci ha promesso risarcimenti a coloro che avevano chiesto di vendere le loro azioni e sono stati scavalcati da clienti eccellenti o privilegiati (“la banca aprirà dei tavoli di confronto per valutare quello che è accaduto e far fronte alle richieste dei soci”).

Un tentativo di riconquistare la fiducia degli azionisti. “ Mi rendo conto che quello che è accaduto – ha detto Iorio – è stato particolarmente complesso non solo perché ha posto la banca in una situazione difficile, ma anche perché ha impattato sul patrimonio e sull’economia familiare, domestica e delle imprese del territorio e di questo, pur essendo arrivato da 8 mesi, ne sento pienamente la responsabilità e la banca dovrà farsene carico in futuro”. Poi però Iorio ha ribadito con forza la necessità di ripartire, “di non guardare al passato ma di avere unità e determinazione per guardare al futuro, per ricreare il valore che questa banca può nel tempo riportarci. Siamo a un bivio: o proseguiamo nel risanamento e nel rilancio, oppure per questa banca si aprono scenari che non voglio nemmeno ipotizzare perché non permetterebbero nessuna ripresa di valore”. E ridurre l’attivo al di sotto degli 8 miliardi di euro, come proposto dall’associazione “Noi che credevamo nella Bpvi” e da altri soci, “non è perseguibile dal punto di vista tecnico” in quanto si realizzerebbero banche “piccole, inefficienti, sottocapitalizzate, senza accesso al mercato dei capitali. Banche sostanzialmente fallite”.

Obtorto collo i soci hanno dovuto dargli ragione anche se – come detto – i “sì” non hanno raggiunto percentuali bulgare: la trasformazione della Banca popolare di Vicenza in spa è stata approvata con l’81,95% dei consensi, il 17% di contrari e l’1% circa di astenuti. L’aumento di capitale da 1,76 miliardi e la quotazione in Borsa sono stati approvati rispettivamente con l’87,15% dei voti (12,28% i contrari, 0,6% gli astenuti) e l’87,19% (12,28% i contrari, 0,52% gli astenuti).

Il difficile per Vicenza viene ora: “Ci troveremo ad affrontare la Borsa in un momento molto difficile dei mercati, il tempo è brutto ma bisogna andare. Io sono sicuro che sarà un successo”, ha detto Iorio, sottolineando che l’aumento di capitale e la quotazione avverranno “probabilmente nella seconda metà di aprile”. Il timore di migliaia di azionisti è che il prezzo possa scendere addirittura al di sotto dei 6,3 euro fissati per il recesso. Un prezzo virtuale visto che a fissarlo non è stato il mercato e visto che la banca non potrà liquidarlo agli azionisti, ma che dà già una misura delle perdite sinora subite essendo del 90% inferiore ai 62,50 euro pagati da molti soci per acquistare le azioni. Il passaggio delicato non sarà tanto e solo quello dello sbarco in Borsa, quanto piuttosto la ricerca di un partner dato che la banca – per quanto ricapitalizzata – non potrà a lungo resistere da sola. La questione non riguarda solo Vicenza o i loro cugini di Montebelluna, dove a dicembre la trasformazione in spa era stata approvata dal 97% dei soci, ma un po’ tutto il sistema bancario italiano.

L’agognata spinta verso il consolidamento settoriale non ha finora prodotto effetti. La prima delle fusioni tra popolari, quella che vede in prima fila la Popolare di Milano e il Banco di Verona, è ancora in discussione, il MontePaschi – terzo istituto italiano – non è ancora in sicurezza e nonostante ai prezzi di Borsa attuali basti poco per conquistarlo, nessuno si fa avanti e, anzi, qualcuno già sollecita l’ennesimo salvataggio di Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti. Tra le banche in dissesto, nuove richieste arrivano dalla Bce per Carige – che sprofonda in Borsa  – e per la quale ancora non si trovano partner, mentre la procedura di vendita delle “nuove” Banca delle Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti è in corso, ma ancora non si intravvede una fine. Nel frattempo il clima economico peggiora, le sofferenze riprendono a crescere, i tassi d’interesse negativi riducono all’osso i sempre più risicati margini delle banche e dalla provincia si sussegono voci di nuove, imminenti crisi. Nulla di buono all’orizzonte, non solo per le banche e i loro azionisti ma per l’intera economia italiana.