La miglior Inter della stagione, forse degli ultimi cinque anni. Rinasce, ritrova un’anima e un’identità tattica credibile. Mette alle corde la Juventus per 120 minuti, come hanno fatto in pochissimi quest’anno (e non solo). Ribalta clamorosamente lo 0-3 di Torino con la doppietta di Brozovic e in mezzo la rete di Perisic, uno dei tanti protagonisti di una serata magica. Trascina la doppia sfida ai supplementari, un po’ come nel 2013 in Europa League contro il Tottenham. Ma anche stavolta l’impresa nerazzurra è una meravigliosa incompiuta: ai rigori non c’è lieto fine, un errore di Palacio manda la Juve in finale contro il Milan.

Dopo la figuraccia di Torino in campionato l’Inter e Roberto Mancini erano finiti alla sbarra, in un processo sommario che non ha risparmiato dirigenza e giocatori, ma ha colpito direttamente (e inevitabilmente) il tecnico, volto e artefice del progetto nerazzurro. Il gruppo era chiamato a reagire e lo ha fatto subito. In pochi credevano alla rimonta, specie contro questa inarrestabile Juventus. A San Siro c’erano più tifosi bianconeri che nerazzurri. Invece l’Inter, squadra pazza per se ce n’è una, ha trasformato l’impossibile in realtà. Grazie all’orgoglio dei singoli, che dimostrano di non essere la “banda del tubo” vista di recente. Soprattutto grazie alla ritrovata coerenza tattica della formazione: non il catenaccio inerte di domenica, neppure l’accozzaglia di schemi variabili sfoggiati da gennaio in poi. E questo nonostante l’assenza contemporanea di Miranda e Murillo, che costringe centrali d’emergenza D’Ambrosio e Juan Jesus. Un 4-3-3 vero, con un centrale basso (Medel) e due mezzali (Kondogbia e Brozovic), le ali ispiratissime e Eder punta di movimento.

Il segreto è l’intensità, per novanta minuti ed oltre. L’Inter ritrova energie che sembravano perdute, la Juve – un po’ sorpresa, deconcentrata da altri obiettivi e dal punteggio blindato dell’andata – si scopre svuotata. E il problema non è il turnover moderato di Allegri, che lascia a riposo Buffon, Barzagli, Pogba e Dybala. Il copione della partita è quello delle imprese storiche. Un gol all’inizio del primo tempo, con Brozovic bravo a sfruttare una palla rubata ad Hernanes (puntato sistematicamente dal pressing dei padroni di casa: è una delle chiavi del match). Il raddoppio, più volte sfiorato già prima dell’intervallo, in avvio di ripresa con Perisic. Quindi il forcing finale, fino al rigore del 3-0 procurato da Perisic (migliore in campo, davvero scatenato) e trasformato da Brozovic. La Juve? Non pervenuta. E nel finale, quando gli animi si surriscaldano e San Siro è una bolgia, solo un miracolo di Neto nega il gol dell’apoteosi al solito Perisic.

Ai supplementari i nerazzurri tirano il fiato e con l’ingresso di Pogba la Juve smette di tremare. Zaza, con la sua azione tipo (pallone sradicato a D’Ambrosio e conclusione secca di sinistro) sfiora il 3-1 in contropiede. La palla esce di un millimetro, e pure una girata di Pogba nel secondo tempo. La stanchezza e il nervosismo prendono il sopravvento, si moltiplicano i fallacci da una parte e dall’altra: Santon, Pogba, Zaza. È una corrida, derby d’Italia vero. Nessuno vuole perdere. E al 120’ un doppio miracolo di Carrizo su Morata salva l’Inter. Giusto così: si va ai rigori, degno epilogo drammatico di una notte di emozioni. Ma per i bianconeri è solo una semifinale di Coppa Italia qualsiasi: Barzagli, Zaza, Morata e Pogba segnano senza batter ciglio. L’errore decisivo e di Palacio, il gol – manco a dirlo – e di capitan Bonucci, ex sempre un po’ avvelenato.

Niente impresa, niente storia. I nerazzurri escono dalla coppa con tanti rimpianti. E quelli per la beffarda eliminazione sono i meno amari, vista la relativa importanza del traguardo. L’Inter è ancora una squadra. Forte, orgogliosa, in grado di mettere in ginocchio i campioni d’Italia. Ma i protagonisti sono gli stessi degli ultimi, disastrosi quattro mesi. Forse i giocatori potevano dare di più, sicuramente Mancini doveva fare meglio. Con idee tattiche chiare, con coraggio e personalità, questa rosa avrebbe potuto lottare. Magari non per lo scudetto, ma comunque lottare. Non lo ha fatto e la stagione, l’ennesima, è quasi andata in fumo. Come il sogno di una rimonta storica, sfiorata e svanita sul più bello.

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