A otto mesi dalle presidenziali, l’Academy scrive la sua agenda politica. Ecco il messaggio chiaro e tondo mandato agli americani di buona volontà: lotta senza quartiere alla pedofilia (Il caso Spotlight), invito alla protezione tout court dei più piccoli (Room), invocazione al sano giornalismo (Il caso Spotlight –bis), riabilitazione della diplomazia internazionale (Il ponte delle spie), rispetto delle minoranze etniche (Revenant), stop alle discriminazioni LGBT (The Danish Girl). E se fallisce clamorosamente il dialogo con la comunità afroamericana (che l’era Obama sia definitivamente terminata?) mal difesa dalla logorrea di Chris Rock, protegge con ovvietà la memoria dell’Olocausto (Figlio di Saul), imprescindibile a sostegno della propria identità wasp-giudaica la quale, con altrettanta naturalezza, decide di spaccare in due il sogno di Alejandro G. Iñárritu: passi per il miglior regista, ma giammai il primato del miglior film. Troppo messicano per meritarselo, il consesso dell’Oscar resta comunque Too White.

La cronaca notturna mondiale racconta che se Il caso Spotlight (miglior film e sceneggiatura originale) rappresenta il segnale forte da e verso Hollywood, Revenant (regia, attore protagonista, fotografia) è il conquistador degli Oscar di peso, Mad Max – Fury Road (montaggio, scenografia, costumi, trucco, montaggio e mix audio) esprime un omaggio al valore del “pure entertainment” di certo cinema rock ma non a quello “rocky” visto che Sly Stallone – il grande deluso dalla Notte delle Stelle – si era già preparato il suo discorso da vincitore, rimasto invece chiuso in tasca. Così come Leo DiCaprio, Inside Out, Figlio di Saul, e anche il nostro immenso Ennio Morricone avrebbero fatto notizia finendo senza Oscar.

Ma l’arte cinematografica solo in alcuni casi – si badi bene, solo “alcuni” – ha offerto a questo giro il suo assist d’eccellenza. Tale si è manifestato senza equivoci nel supremo vincitore, il teso, raffinato e rigoroso Il caso Spotlight (ancora nelle sale italiane, ne vale la visione) non a caso celebrato anche nel suo aspetto di scrittura originale. Diversamente valido è l’assist generato dal surviving kolossal di Iñárritu, la cui potenza visiva non poteva passare inosservata e che poggia in alta percentuale sulle “illuminazioni” del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki. Il caso del già stracult Mad Max – Fury Road sposta gli equilibri in eccesso: comprensibile una buona parte dei suoi Oscar tecnici, tranne quelli al montaggio e ai costumi. Il primo lascia a bocca asciutta quel “gioiellino d’azzardo” dal titolo La grande scommessa – The Big Short, vincitore comunque con merito per la sceneggiatura adattata, il secondo ha trascurato la mano geniale di Sandy Powell incaricata di “vestire” Carol. Già, proprio quella nuova opera magistrale firmata da Todd Haynes che l’Academy ha deliberato colpevolmente di boicottare. E pensare che il film avrebbe fornito all’Academy la miglior occasione celebrativa dell’amore libero che non il pallido The Danish Girl, di cui è stata inspiegabilmente premiata la svedese Alicia Vikander da non protagonista. La pur splendida e brava attrice, ha scippato almeno tre performer più meritevoli di lei: Kate Winslet, Rooney Mara e Jennifer Jason Leigh.

Senza più entrare nel tormentone DiCaprio, insindacabile è l’Oscar alla sua collega 26enne Brie Larson, intensa protagonista di Room: a chi obiettasse sulla mancata statuetta a Cate “Carol” Blanchett si può rispondere che lo standard della diva australiana è talmente elevato da superare gli stessi Oscar, di cui comunque ha già due esemplari a casa.

Piuttosto è un vero peccato che a una meravigliosa signora del cinema inglese (e mondiale) come Charlotte Rampling non sia stata trasformata una candidatura non più così semplice per lei da replicare. Con buona pace del deluso Stallone, il riconoscimento al sofisticato britannico Mark Rylance ha acceso un piccolo/grande faro sull’insensata ombra gettata dall’Academy sul bellissimo Il ponte delle spie di Steven Spielberg. Quanto al “quartetto delle conferme” già sopra citato (DiCaprio, Figlio di Saul, Inside Out e Morricone) i meriti artistici sono tali da non necessitare alcun commento.

Una nota conclusiva ma non trascurabile va all’Oscar per il miglior documentario: a disposizione c’era un capolavoro dal titolo The Look of Silence di Joshua Hoppenheimer, gli è stato preferito Amy, certamente più empatico e celebrativo, ma sul piano del valore cinematografico non ci sono paragoni.