Mettersi a guidare in piena notte attraversando un bosco buio, con un quarto di serbatoio e poca conoscenza della zona, sarebbe meglio anche di no. Ma tant’è, da quando è stata data carta bianca ai creatori dell’horror, il masochistico piacere nel riconoscere i dettagli di una trappola mortale è diventato familiare.
In questo, It ends, opera prima di Alexander Ullom, è la mela che cade vicinissima all’albero. I neolaureati James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson) e Fisher (Noah Toth) vengono prelevati dal coetaneo Tyler (Mitchell Cole) su una Jeep Cherokee in un imprecisato luogo americano. Tempo di mettersi a battibeccare su un indovinello scemo e la strada che stanno percorrendo illuminata dai soli fari dell’auto sembra non essere quella giusta. Tyler fa inversione, ma dopo pochi istanti si ritrova paradossalmente in una strada senza uscita, proprio con l’asfalto che finisce in un fitto intrico di alberi e fogliame.
Come se non bastasse, dopo essere sceso per esplorare la distesa naturale che prima non c’era, Tyler e i tre compagni rimasti in auto vengono aggrediti a graffi e morsi da una folla inferocita sbucata velocemente dal nulla con impressionante foga. Ai quattro non resta che tapparsi in auto e scappare via. Solo che la strada che ricominciano a percorrere non sembra avere mai fine. Mentre provano a razionalizzare gli accadimenti la jeep macina centinaia e centinaia di chilometri senza mai incontrare svolte, lampioni, case, anima viva. Le fasi del giorno iniziano così a susseguirsi, la benzina non finisce mai e i ragazzi non sembrano più avere né fame né sonno, ma una immensa fottuta paura.
It ends è una sorta di film percorso, letteralmente tutto dentro all’abitacolo dell’auto e nelle sue vicinanze per pochi metri, che fa di una strada asfaltata con ai lati il bosco non solo un set materiale di produzione ma un elemento concettuale e simbolico reiterato e affascinante. Un road horror thriller che pesca con rispettosa arguzia nel sottogenere dello “spazio illogico” sia da un capostipite ineguagliabile come The Blair witch project sia dal misconosciuto Moebius dell’argentino Gustavo Mosquera, oltre ad un evidente rimando al recentissimo cervellotico e grumoso Backrooms. L’obiettivo, alquanto riuscito, oltretutto in una sintesi di durata umana (87 minuti), è quello di entrare in un curiosamente limpido (di sangue e di tenebre ce ne sono poche) vortice atemporale che spinge verso una divisione metaforicamente sociale nel modo di affrontare a livello generazionale l’ignoto e lo sconosciuto (i fatalisti, gli ottimisti, gli spregiudicati) che va ben oltre il mero dato del terrore generato dal racconto.
Ullom azzecca intanto facce e sfumature del cast (l’orientale smart, la afroamericana cazzuta, il simil nerd, il nerboruto), per poi registicamente stratificare con pochi tocchi trasformativi l’evoluzione psicologica ben oltre la figurina della vittima predestinata. Budget tra i 50mila e gli 80mila dollari. Forse siamo tornati ad una nuova era creativa e a suo modo politica dell’horror come negli anni settanta. Rimanete collegati.