È il miracolo calcistico che sta appassionando i tifosi inglesi e di tutto il mondo: il piccolo Leicester di Claudio Ranieri, primo in classifica in Premier League nonostante la beffarda sconfitta di domenica all’ultimo minuto contro l’Arsenal. Riedizione moderna del mito di Davide che sfida i Golia del football britannico. Eppure persino la storia dei Foxes nasconde un lato oscuro: un presidente magnate thailandese dagli interessi poco trasparenti, conti disastrosi, false ricapitalizzazioni e contratti di sponsor gonfiati.

È l’altra faccia della favola delle Volpi. Sul campo Jamie Vardy – il bomber della working class che solo qualche anno fa giocava nei dilettanti e sbarcava il lunario come operaio – sta trascinando i suoi compagni verso quello che sarebbe il più clamoroso titolo nazionale della storia recente del pallone. Merito suo e della stella algerina Mahrez, di mestieranti del football inglese come Albrighton e Huth e del tecnico italiano Ranieri. Fuori dal campo, invece, la parabola del Leicester assomiglia a tante altre cattive gestioni del calcio moderno. Dall’agosto del 2010 la società appartiene al miliardario thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, proprietario del consorzio King Power (che ha anche rinominato il vecchio Walkers Stadium). Da allora si sono moltiplicati gli espedienti per aggirare le norme sul fair-play finanziario (che in Inghilterra riguardano sia la Premier che la Championship, la Serie B) e aggiustare i bilanci.

Il club, infatti, nelle scorse stagioni ha perso decine di milioni di euro. Solo un anno fa, quando la squadra navigava nei bassifondi della classifica e sembrava destinata alla retrocessione, la dirigenza annunciava una perdita secca di 20 milioni di sterline al 31 maggio 2014. Da sommare ai 34 milioni di passivo messi in conto nel 2013. Fanno circa 70 milioni di euro solo negli ultimi due anni, e quelli precedenti non erano andati meglio. Infatti per ripianare il debito nel 2014 la società aveva deciso di creare oltre 100 milioni di nuove azioni dal valore di una sterlina l’una. Peccato che a comprarle sia stata la stessa proprietà che le aveva emesse. Di fatto, si è trattato di una iniezione di liquidità per aggirare le norme del Fair-play finanziario, che ha avuto l’effetto di gonfiare oltremisura il valore del club (che allora militava addirittura in Serie B).

Un anno dopo ad aiutare le casse del Leicester ci ha pensato il contratto commerciale con la Trestellar Limited, fin troppo vantaggioso secondo alcuni. Una piccola compagnia, nata da appena due anni, senza un sito internet e neppure un numero di telefono, che stipula una sponsorizzazione milionaria con un club calcistico. Soldi preziosi per i Foxes, che sono riusciti ad aumentare il fatturato (di circa il 60%), ridurre le perdite e andare incontro alla normativa della Lega inglese (che fissa un tetto massimo di 8 milioni l’anno di perdite, ma chiude un occhio in caso di miglioramenti nei conti; la procedura d’infrazione, comunque, è ancora aperta). Anche grazie a queste manovre il Leicester è riuscito a galleggiare negli ultimi anni. La stessa proprietà, pochi mesi fa, ammetteva che l’obiettivo di “un modello di successo e finanziariamente sostenibile resta un progetto lontano e a lungo termine”. Poi sono arrivati Vardy, Ranieri e la cavalcata che ha fatto dimenticare tutte le tribolazioni economiche. Presto, però, potrebbe ricordarsene la Uefa. Anche se non dovesse essere scudetto, infatti, la più che probabile qualificazione in Europa accenderebbe i fari degli organi di controllo sugli ultimi bilanci del club inglese. Nel calcio moderno, anche nelle favole, c’è sempre un armadio con qualche scheletro da scoprire.

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